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230 Vili - ADRIANO IN SIRIA
Aquilio. Dunque arrestarla a noi che giova?
Adriano. Io stesso noi so dir.
Aquilio. Deh ! pensa adesso
a porre in uso il mio consiglio. Un cenno
d’Osroa sarà bastante
perché t’ami Emirena. Ella ti sdegna
per non spiacere al padre; e al padre alfine
parrà gran sorte il ricomprarsi un regno
con le nozze di lei. Questo pensiero
ti piacque pur. Ne convenisti.
Adriano. Io feci
ancor di piti. Dal carcere ordinai
ch’Osroa a me si traesse. Ei venne, e attende
qui presso il mio comando.
Aquilio. E perché dunque
or l’opra non compisci?
Adriano. Ah ! tu non sai
qual guerra di pensieri, ecc.
SCENA IX
Sabina con séguito di matrone, cavalieri romani, ed Aquilio.
Sabina. Temerario ! E tu ardisci
di parlarmi d’amor? Né ti rammenti
qual sei tu, qual io sono?
Aquilio. Amore agguaglia
qualunque differenza. Il mio rispetto
mi fe’ tacer finora. Alfin tu parti ;
e nell’ultimo istante
mi riduco a scoprir ch’io sono amante.
Sabina. Colpevole è l’afFetto;
oltraggioso il parlarne. Andiamo, (al séguito)
Aquilio. Io veggio
perché mi sdegni. Ancor ti sta nel core
il barbaro, l’ingiusto,
l’incostante Adriano.
Sabina. Olà! del tuo sovrano (tornando indietro)
parli cosi ?