Pagina:Metastasio, Pietro – Opere, Vol. IV, 1914 – BEIC 1885923.djvu/83

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atto primo 77


la minor mia germana. Oh lei felice,

che mori nel tumulto o fu rapita!
Io per sempre penar rimasi in vita.
Egle. E vuoi con tanto rischio andare in traccia
d’un barbaro consorte?
Zenobia. Ah! piú rispetto
per un eroe ripieno
d’ogni reai virtú.
Egle. Virtú reale
è il geloso furor?
Zenobia. Chi può vantarsi
senza difetti? Esaminando i sui,
ciascuno impari a perdonar gli altrui.
Egle. Ma una sposa svenar...
Zenobia. Reo non si chiama
chi pecca involontario. In quello stato,
Radamisto non era
piú Radamisto. Io giurerei che allora
strinse Tarmi omicide,
m’assali, mi trafisse e non mi vide.
Egle. Oh generosa! E ben, di lui novella
io cercherò: tu puoi restar.
Zenobia. No, cara
Egle, non deggio: a troppo rischio espongo
la gloria mia, la mia virtú.
Egle. Che dici?
Zenobia. Io lo so, non m’intendi. Or odi e dimmi
se temo a torto. Il giovanetto duce
delle attendate schiere,
che da lungi rimiri, è Tiridate,
germano al parto re. Prence finora
piú amabile, piú degno
non formarono i numi
d’anima, di sembianti e di costumi.
Mi amò, Pamai: senza rossor confesso
un affetto giá vinto. Alle mie nozze