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| INCOMPRESO | 137 |
Ma dopo tutto, Humphrey era sempre il più colpevole e sir Everard sentì che non doveva neppur provarsi di risparmiarlo col gettare il biasimo sugli altri.
Alla stazione non c’era la carrozza ad aspettarlo e nessuno potè quindi dargli informazioni più precise di quelle del telegramma.
Ordinò che gli si preparasse un cab, ma poi non potendo sopportare l’indugio s’incamminò a piedi.
La sua ansietà cresceva man mano che si avvicinava a Wareham. Prese una scorciatoia attraverso il parco. Non c’era nessuno intorno; neppure un servo, neppure un giardiniere.
Il coraggio gli mancò, ma camminò a gran passi, arrivò alla porta del vestibolo, entrò e salì le scale a quattro gradini alla volta.
Ancora nessun suono, nessuna voce.
Le stanze dei bambini erano vuote: chiamò: nessuna risposta. Gridò... Come risuonò orribile la sua voce giù per i corridoi deserti!
Suonò furiosamente il campanello, ma senza aspettar la risposta si precipitò ancora da basso e aperse la porta della biblioteca.
Un bisbiglio di voci colpì il suo orecchio, e davanti ai suoi occhi si presentò confusamente un gruppo di gente. Ma egli distinse solo una piccola personcina a cui corse incontro colle braccia stese e con un’esclamazione di fervido ringraziamento!
Miles era fra le sue braccia, salvo, caldo e illeso.
Con che avidità ascoltava il piccolo polso e fregava quelle manine e lo palpava, e gli chiudeva la bocca coi baci quand’egli voleva parlare!