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| 138 | PARTE II — CAPITOLO I |
Era così occupato del ricuperato tesoro, che non s’accorse del profondo silenzio che s’era fatto al suo entrare in quel crocchio di gente.
Ma finalmente si voltò a una delle cameriere e le chiese com’era accaduto l’accidente.
— Ma appunto, aggiunse, dov’è il signorino Humphrey?
Nessuno rispose.
— Dov’è il signorino Humphrey? ripetè il baronetto.
— Mi hanno detto di non dirlo... cominciò il piccolo Miles.
Ma suo padre guardò fisso uno dei giardinieri e l’uomo fu obbligato a rispondere.
— Vede, sir Everard, noi abbiamo portato il signorino là dentro... e indicò il salotto.
— Dentro lá? disse il baronetto attonito.
— Vede, sir Everard, era la prima stanza che abbiamo trovato, e l’unica dove c’è un sofà.
Prima che avesse finito di parlare, sir Everard era nel salotto.
Un’imposta era stata aperta e c’era appena luce abbastanza per veder Virginia chinata sopra il sofà, e intorno un gruppo di persone.
Gli venne incontro il dottore, ma sir Everard non gli bado e s’avanzò al sofà.
Là, sotto il ritratto di sua madre, senza colore, senza moto, e in apparenza senza vita, giaceva il fanciullo, per il quale nessuna punizione poteva essere abbastanza severa, e la cui disubbidienza egli aveva sentito che non avrebbe potuto perdonare.