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| INCOMPRESO | 27 |
sicuro che la mamma stava sempre ritta così sul pavimento! E infatti se Lady Duncombe fosse salita su quell’alta fabbrica che chiamano inginocchiatoio, la serietà della congregazione sarebbe stata messa a una difficile prova.
Humphrey seguì molto bene il servizio sino al momento che incominciò il canto, ma qui la cosa mutò. Egli non sapeva tener il tempo cogli altri e arrivava alla fine del versetto o troppo presto o troppo tardi.
Ma a poco a poco, badandoci bene, scoperse che non doveva seguitar a cantare fino alla fine, perchè vi erano de’ brani che si cantavano due volte. Ma come mai poteva riuscir a capire quali erano le parole e le sentenze che si stava per ripetere? Ah, era proprio un grande imbroglio!
Egli aveva un’ammirazione speciale per il gruppetto di trilli con cui il vecchio sagrestano variava il Te Deum, e qualche volta s’abbandonava a imitarlo, ma una severa occhiata del babbo, all’altra estremità del banco, gli faceva subito richiudere le labbra.
Quando l’inno incominciò, lo zio Carletto vide Humphrey sfogliare in furia il suo libro senza riuscire a trovarvelo, e gli fece il segno se voleva prendere il suo; ma il fanciullo scosse la testa con aria decisa e, senza moversi dal suo posto, gli sporse il libricino, perchè vedesse che l’aveva trovato.
Il giovane lo prese, guardò; e nel momento che glielo restituiva vide sulla prima pagina bianca un nome: «Adelaide Duncombe», in una scrittura ben conosciuta, e disse fra sè: «Ora ti capisco, bambino!»
Quando il ministro apriva il libro del sermone, Hum-