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| 40 | CAPITOLO II |
— Vedremo, rispose. Io credo che non sia precisamente la tua vocazione, ma hai tempo di pensarci!
— Anch’io, babbo, disse il piccino; voglio far il marinaio anch’io.
— Tu, caro il mio tesorino? esclamò sir Everardo con tenerezza, no, tu no; non te lo potrò permettere, mio bel demonietto!
E si chinò a baciare quel visetto roseo che si era sollevato supplichevolmente verso di lui, quei labbruzzi freschi che erano sempre pronti a ricambiare i suoi baci.
Humphrey voltò la testa da un’altra parte e fissò serio le sue spighe di frumento.
— Che sia geloso? Sarei curioso di saperlo, pensò lo zio Carletto, e s’abbassò per guardare quel visino sotto la larga tesa del cappello di paglia, e gli parve che fra quelle lunghe ciglia nere scintillasse una lagrima.
Ma prima che potesse accertarsene, quegli occhi si erano spalancati con stupore su una curiosa creaturina dalle cento gambe, che usciva strisciando dalla spiga e s’avviava verso la sua manina.
— Su dunque, bambini! Andiamo a casa.
Così dicendo, sir Everardo raccolse la sua mazza e dato il braccio a suo cognato, s’avviò lentamente,
— Possiamo star sicuri, disse, che tutti questi fatti che hai raccontato, li vedremo riprodotti da loro. Virginia avrà un bel da fare per arrivar in tempo a sventare tutti i loro progetti d’avventure.
Quella sera fu preso poco thè: i fanciulli erano troppo impazienti di sentire il seguito della storia dello zio.
Ma sir Everardo s’allarmò delle guancie colorite e