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| 90 | CAPITOLO VI |
— Ma sì: tu hai parlato di lei in un certo modo colla signora... sorella della signora Colville, che pareva proprio che non le volessi tanto bene e ti fosse antipatica.
— Ma che cosa ho detto? chiese sir Everard facendo sul serio un esame di coscienza.
— Mi pareva che tu la canzonassi un po’ tanto.
— Oh, mio caro bambino, disse sir Everard più sollevato, scherzare un pochino su una persona non vuol dire che questa persona ci sia antipatica. Io voglio molto bene a tua zia. Sarebbe strano davvero che non amassi la mia unica sorella. Ma quando io rido di te, o di Miles, pensi forse che io non vi voglia bene?
Il ragionamento zoppicava un pochino e sir Everard stesso se ne accorse; l’aveva messo insieme con troppa fretta ed era ansioso di vedere che risposta Humphrey avrebbe dato.
Ma a volte i bambini hanno degli improvvisi, inesplicabili silenzi. Humphrey ascoltò la spiegazione con gran rispetto e non parlò più.
Il pericolo per il momento era passato: ma sir Everard risolvette fra sè di non mai più parlare davanti ai bambini. Gli tornarono alla mente le ansietà della sera prima e decise di non correre un terzo rischio.
Arrivati a casa egli mandò a Virginia un messaggio privato che non era necessario che i signorini scendessero quella sera: li lasciasse però andare nel suo spogliatoio come al solito.
Poi, dopo aver trasferito il prezioso pacchetto dalla propria tasca a quella di Humphrey, egli salutò il fanciullo e andò incontro ai suoi amici alla stazione.