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OPERISTI ITALIANI DEL DOPOGUERRA
- Gian Francesco Malipiero
Quando nel 1950 venne rappresentata alla Scala l’Allegra brigata la riapparizione teatrale di Malipiero, dopo la parentesi bellica, fu concordemente classificata dalla critica come un ritorno alle origini, al teatro cioè delle Sette canzoni e del Torneo notturno. Non ci si preoccupò affatto, però, di controllare se, di là da quella forma drammatica e musicale definita una volta per tutte «a pannelli», consistente in un susseguirsi incessante, in un incalzare continuo di immagini e di idee rifuggenti ogni congegnato svolgimento di tipo tradizionale, il senso poetico dell’ultima opera del musicista veneziano fosse rimasto lo stesso di quello dei suoi primi lavori teatrali.
Paghi di costatare il ripristino della primitiva concezione non se ne indagarono le ragioni, né ci si chiese se il periodo teatrale compreso fra il 1933 e il 1941, dedicato alle grandi tragedie di Shakespeare e di Sofocle (Giulio Cesare, Antonio e Cleopatra, Ecuba) e al dramma di Calderon de la Barca (La Vita è sogno), avesse significato qualcosa nella poetica malipieriana e se avesse lasciato una sua traccia.
Effettivamente il libretto dell’Allegra brigata mescola ed alterna poesie e novelle sceneggiate di autori diversi, scelti fra i prediletti antichi italiani, quali il Bandello, il Sacchetti, Sabatino degli Arienti, Masuccio Salernitano, lo Straparola; ed anche questo lavoro, come quelli dell’Orfeide (1919-22), come Filomela e l’infatuato (1925), Merlino mastro d’organi (1927), il Torneo notturno (1929), si offre come una successione di quadri piuttosto che come un dramma regolarmente articolato e sviluppato.
Un pretesto formale serve a collegare i singoli episodi in modo non logicamente necessario: nel caso dell’Allegra brigata è il certame boschereccio indetto fra i componenti della boccaccesca comitiva, ognuno dei quali si impegna a turno a narrare la novella via via rappresentata sulla scena, mentre in seno alla compagnia cova a sua volta la tragedia di cupa gelosia che sfocia alla fine nell’uccisione di uno dei giovani. «Sei novelle in un dramma», infatti, definisce l’opera l’autore, riconoscendo altresì «che la scelta del soggetto rimane un pretesto, che consente di rimanere fedeli a quelle indispensabili preferenze che appunto ei sono necessarie per continuare, egoisticamente, a rimanere sempre fedeli a noi stessi».
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