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di seconda e terza mano, s’intende, ed anche aneddoti bislacchi deglutiti senza la minima precauzione. Il pubblico però cominciava ad interessarsi della faccenda, e i musicisti a paventarne gli effetti[1]. La locuzione musica dell’avvenire incontrò subito, com’era naturale, grandissimo favore, sebbene ben pochi sapessero che cosa significasse di preciso, ed i più l’adoperassero invece come sinonimo di musica tedesca, di musica armonica, antimelodica, antiitaliana, e l’applicassero con disinvoltura tanto a Wagner quanto a Schumann, a Berlioz ed a Liszt.
Le polemiche giornalistiche si fecero più appassionate, attirando maggior massa di lettori, quando, nel 1868, venne rappresentato il Mefistofele. La critica boitiana fu poi concorde nel negare il wagnerismo di Boito, anche inteso con qualche larghezza. E Boito aveva sì predicato contro la decadenza del melodramma italiano ma di Wagner aveva parlato esplicitamente una volta sola, nel ’64, cominciando, lui di solito così calmo e misurato, con una vera e propria invettiva, e concludendo con la celebre stroncatura: «...i suoi drammi sono inetti, bassi, ridicoli a fronte del supremo compito ch’erano chiamati a fare». Indipendentemente dai suoi aspri giudizi su Wagner, Boito era però portatore di una esigenza di rinnovamento, di cui Wagner era il massimo esponente. E ben si comprende che, attaccando il Mefistofele, si preparavano le difese contro il «barbaro».
La prima rappresentazione del Lohengrin a Bologna (1 novembre 1871) diede fuoco alle polveri, e fu l’occasione perchè scendessero violentemente in campo tutti coloro che, per ragioni di gusto e per ragioni di interesse, non potevano ammettere una qualsiasi penetrazione wagneriana. Non è compito nostro rifare la storia delle fortune di Wagner in Italia, storia che è già stata ampiamente narrata dal Depanis e dal Panizzardi, e le cui linee essenziali si possono trovare in un recente scritto del Pannain.[2] Dobbiamo però rilevare — perchè ciò non mancò di produrre effetti sull’indirizzo di tutta quanta la critica — che dalla parte degli antiwagneriani si parlò poco delle opere di Wagner, e assai più di Wagner polemista, e di Wagner uomo, senza sdegnare di avanzare le insinuazioni, le calunnie, i pettegolezzi più triviali. Nel 1896 Enrico Thovez così rievocava, in uno scritto vivacissimo e beffardo, l’impressione che a lui fanciullo aveva fatto la letteratura antiwagneriana d’Italia:
- ↑ Pare (vedi: B. Croce: R.W. e F. De Sanctis. Due lettere inedite, in La Critica, 1930) che fin dal 1861 Tito Ricordi facesse un tentativo presso Wagner per acquistare la proprietà per l’Italia del Tannhäuser.
- ↑ G. Depanis: I concerti popolari e il Teatro Regio di Torino, Torino, 1915; L’Anello del Nibelungo, Torino, 1895. M. Panizzardi: W. in Italia, Genova, 1923. G. Pannain: W. e l’Italia, in Da Monteverdi a W., Milano, 1955.
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