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zione spirituale, di una saldezza dogmatica, di una fede: i suoi impegni e problemi musicali, quasi affiancandosi alla natura di lui, sono limitati ma solidi, coerenti. Il suo mondo era piccolo, i suoi interessi ridotti, così come le sue mire. Ma era tutto saldo, in Bossi.
Non smentisce mai la sua italianità[1], spiegandola anzi tutta quanta, pur nella sua adesione scoperta verso le forme e le norme del romanticismo tedesco, pur mostrando una compiacenza tra artigiana ed accademica verso un «tessuto sonoro tormentato»[2], verso audaci dissonanze — gusto ardito per lui: per noi, oggi, segno di travaglio, di debolezza, se non d’impotenza — quelle dissonanze che notò Verdi senza nè criticare nè approvare[3]. Istinto di piacevole musica, bisogno di chiarezza, latinità e spontanea capacità di godere con aperta immediatezza di una bella melodia od armonia o frase: ma tale piacevolezza, nelle composizioni del Bossi, appare spesso non come risultato, ma come ricerca, e la musica ne esce sì impreziosita eppure sminuita. La sua vena italiana traspare quasi sempre fresca, quasi mai avvizzita, là dove il suo mondo si circoscrive: nei pezzi cameristici, in quelli strumentali per organo e pianoforte, anche in alcune liriche; eppure il suo intendimento inflessibile, la sua inclinazione irriducibile e certo nostalgica era rivolta alla grande composizione.
Entusiasta di Wagner fin dagli anni del suo noviziato musicale, pur orientato anche ad esperienze strumentali, non tende alla sinfonia come Martucci nè al poema sinfonico come di lì a poco Respighi, ma ad esperienze sinfonico-corali affini all’oratorio: forma musicale che, ibrida com’è[4], serviva magistralmente a rappresentare i limiti e le turbe spirituali ed artistiche caratteristiche di un’età di decadenza. Derivando da Liszt[5] ma anche da Berlioz[6] e da Franck (soprattutto quello delle Béatitudes), Bossi si cimentò in composizioni sinfonico-corali: e questa inclinazione costante altro non era che un bisogno di organizzare il proprio mondo spirituale, di precisarlo, calandolo in forme certe, durature. C’era un preciso intendimento prossimo all’opera, in tale scelta, cioè una vocazione ed una tendenza riposta o appena travestita; e come nell’organo fu vista la matrice dell’orche-
- ↑ Luigi Torchi, Il Cantico dei Cantici di Bossi, in RMI, VII, 1900, fase. IV, pag. 785; F. Mompellio, art. cit., pag. 125.
Contrasta il Confalonieri: «...il suo mondo sonoro... è di qualità tedesca assai più che italiana» (Storia della Musica, Nuova Accademia, Milano, 1958, vol. II, pag. 725). - ↑ F. Mompellio, Marco Enrico Bossi, Hoepli, Milano, 1952, pag. 161.
- ↑ id., pag. 100-101 e 104; Abbiati, art. cit., pag. 291.
- ↑ Alfred Einstein, La Musica del periodo romantico, Sansoni, Firenze, 1952, pag. 249.
- ↑ Dal Christus (v. Torchi, art. cit., pag. 785) e dalla Legende von der heiligen Elisabeth (v. R. Bossi, riv. cit., luglio 1933, pag. 10).
- ↑ Guido M. Gatti, Guida storica e musicale di «Giovanna d’Arco» di M.E.B., Fedette, Torino, 1914, pag. 17. Quest’opera di Bossi rappresenta una forma d’arte che si approssima all’«opera da concerto», come Berlioz definiva il suo capolavoro La Dannazione di Faust.
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