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Pagina:Musica d'Oggi, 1962.djvu/14

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emulo, non avversario di Wagner. Il Fortis riesce bensì a dare, senza accorgersene, la giusta impostazione del problema:

«Accetto il dramma musicale — e lo voglio — ma è proprio vero che il dramma musicale non abbia la sua estrinsecazione naturalmente italiana?».

E cita il quarto atto dei Puritani. Ma poi si perde a cercare in Bellini il «colore locale», e cade nel comune ambito della critica meyerberiana del tempo.

Quanto all’ultima parte del problema, insegnamenti da trarre da Wagner, per parlarne con esattezza bisognerebbe inserirla nel più vasto tema della riforma degli Istituti Musicali, che, dopo l’unità d’Italia, tenne occupati critici, insegnanti ed artisti. In linea generale, i critici wagneriani ribadirono il concetto di Boito, che fin dal ’64, aveva detto: in Italia sorgerà un nuovo, grande melodrammaturgo «quando i nostri artisti saranno più ispirati, più culti, più altamente liberi, quando il nostro pubblico tornerà a ricordarsi dell’arte». Era questa, come si vede, la soluzione più difficile, che non poteva smuovere d’un pollice gli avversari. Ma era anche l’unica soluzione giusta. E il Florimo aveva ragione di dire ai giovani: «Imitate Wagner nell’amore nutrito per la sua patria, nell’assiduo studio, nella cultura letteraria».[1]

Il problema del sistema andava anche misto e confuso con il problema delle «scuole nazionali», al quale non aveva mancato di far cenno quel furbacchione di Wagner nella celebre Lettera a un amico italiano, del 7 novembre 1871:

«Può darsi che ci sia bisogno di un nuovo connubio del genio dei popoli. A noi tedeschi non arriderebbe alcuna più bella scelta d’amore di quella che accoppiasse il genio d’Italia con quello di Germania».

Le parole di Wagner trovarono scarsa rispondenza nei critici wagneriani. Ciò non apparirà strano quando si pensi alla provenienza della critica wagneriana, cui avevamo accennato all’inizio di questo studio: i critici si rendevano conto che il problema delle scuole nazionali era già stato risolto con le discussioni sul concetto di «musica cosmopolita», sfruttato fino all’estinzione tra il ’55 e il ’65. Furono invece gli antiwagneriani che batterono il chiodo delle scuole nazionali, insistendo ancora sui termini melodia-Rossini, melopea-Wagner (e per qualcuno, a titolo di riprovazione, meloarmonia-Verdi). Lo stesso Antonio Tari, che per acutezza d’ingegno supera di gran lunga tutti gli antiwagneriani, non evita di dare un tuffo nel grottesco quando scarica sugli avversari i ritrovati della sua dottrina, anche se, in astratto, ha ragioni da vendere:

«... non posso non notare lo strano Evangelio di un obsoleto, rifritto dommatismo critico, giurante nella universalità ed infallibilità di canoni astrat-
  1. F. Fiorimo: R.W. e i wagneristi, Ancona, 1883.

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