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Pagina:Musica d'Oggi, 1962.djvu/145

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uomini: la musica del Novecento, allora, come le altre arti, deve essere lo specchio della nostra società, oggi come sempre, e deve mutare — in anticipo o in ritardo — come muta essa. Ancora: la musica non può pretendere di rappresentare la società che la esprime mostrando solo un volto, una immagine parziale, ma anche e soprattutto aderendo ad essa nella sua diversità di atteggiamenti e di critica costruttiva. Cadono quindi le distinzioni esclusive e cadono altresì le preclusioni culturali: restano delle percentuali artistiche, più o meno alte a seconda della durata, in una società, di particolari componenti culturali, quali le tradizioni, il folclore, i fatti morali, le tendenze di élite, gli influssi letterari, i colori nazionali. L’esistenza di un linguaggio moderno, accettato dai più, esclude di per sè la troppa reazione o la troppa avanguardia: ma per possederlo, si deve esser ricchi di fermenti autentici, si deve saper trovare l’equivalente culturale alla storia e alla vita della società e alle sue lotte. Se no, resta la scappatoia del discorso accademico, del prodotto finito che non dice nulla anche se fatto con tutte le regole del mestiere.

Ne discende, allora, una considerazione di estrema importanza sulla natura della musica: non sì tratta di valori spirituali assoluti, slegati dalle contaminazioni del mondo, ma di prodotti precisi di una determinata condizione umana. La musica giace sullo stesso piano delle altre arti, e non è, rispetto ad esse, nè più nobile nè più pura: usa i suoni, e taluni, credendoli immateriali, si perdono in fantasticherie davvero divertenti. Ma l'autore è l’uomo, un uomo o molti uomini, che vivono in una data epoca, in una data società e in una data terra. La sintassi, alla musica, l’ha data l’uomo, come la grammatica. E il pensiero dell’uomo fa muovere il discorso musicale secondo la civiltà e l’etica che l’uomo possiede.

Se è così, non ha senso nè un discorso casuale nè un discorso inintelligibile per forme e sintassi troppo antiche; intendo dire che non ha senso diretto. Indirettamente, però, anche l’uso di certi rumori può essere utile a fini secondari o terziari.

Se è così, è perfettamente inutile venirci a dire che la musica discende dal cielo ed altre consimili sciocchezze. La musica esprime idee, e queste idee sono condivise dagli uomini, non dai cherubini o dai feux follets. Queste idee sono formulate mediante suoni organizzati, anche quando organizzati non sembrano. Queste idee hanno capacità di durata proporzionale alla quantità di umanità che raffigurano.

Noi amiamo ancor oggi Beethoven, tanto per fare un esempio di facile accoglimento, perchè la sua musica esprime tuttora il nostro mondo, perchè nel «paesaggio» autentico della sua musica si muove l’uomo moderno con i suoi problemi, coi suoi dolori e coi suoi turbamenti. La società individualistica della borghesia ottocentesca si ritrova in Beethoven, e nelle idee che esprime la sua musica; e queste idee sono accettate, nella loro essenza, oggi anche da noi, che pur scriviamo musica in altro modo; ciò è perchè queste idee sono portate su posizioni universali e quindi travalicano le barriere del tempo e delle contingenze in cui nacquero. La conseguenza immediata è questa:


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