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Pagina:Musica d'Oggi, 1962.djvu/15

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tamente indipendenti dalle varie nazionalità e dagli ambienti modificatori di ogni artistica manifestazione... Avvegnaché le sorgenti già occulte del Nilo dell’Arte siano oggimai rintracciate nei meandri molteplici delle poliforme coscienze etniche, figlie legittime tutte quante dello ideale umano, e non bastardelle dello intuito biblico, ellenico, romanico, o quale altro che siasi... L’artista vero ha a riuscire sempre e dovunque ad organo di una gente, vuoi greca, vuoi ottentotta; la quale in lui, e forse solo in lui, misticamente comunica col soprasensibile»[1]

Se un professore d’estetica parlava così, è facile immaginare come parlassero i musicisti digiuni di filosofia, o tutt’al più conoscitori superstiziosi di qualche manualetto aristotelico. L’unica risposta possibile era quella del Ricci:

«Non v’è musica teutonica, nè musica italiana. V’è solo la musica bella. Nè barbaro, nè pagano, v’è solo l’uomo che s’innalza con la bontà e col genio».

Era stato sempre questo il pensiero di Verdi. Ma — a parte il fatto che il bussetano si guardava bene dall’immischiarsi nelle dispute dei critici — Verdi, dopo Don Carlos e l’Aida era stato quasi ripudiato dagli antiwagneriani (l’implacabile Sassaroli lo chiamava l’ex-Verdi), e dai wagneriani era guardato con sospetto.

In conclusione, il problema delle scuole nazionali si ridusse presto ad arrabbiate dichiarazioni di principio.

Gli scritti polemici di Wagner trovarono scarsa considerazione nella critica, nella critica consapevole. Si comprendeva bene che la polemica wagneriana acquistava un senso solo mettendola in connessione con l’ideale drammatico di Wagner. Ma qualcuno si chiedeva se fosse stato «utile» tutto il chiasso prodotto dalle prose polemiche; e il Florimo che, poveraccio, sapeva di diplomazia per aver dovuto trattare con Mercadante per trent’anni, opinava che le riforme di Wagner avrebbero dovuto «essere annunziate con molta calma», «con maniere insinuanti»; il Filippi, il Biaggi, il Panzacchi erano d’accordo nel deplorare gli eccessi a cui Wagner si era lasciato andare, e che i suoi seguaci d’oltralpe avevano il torto di chiamar giudizi storici. Gli italiani non potevano perdonare a Wagner, ed a ragione, le accuse rabbiose contro Donizetti, e la sufficienza verso Rossini e Bellini. Tuttavia si cercò di trovare, con il metodo psicologico, l’origine del tono polemico di tanti scritti wagneriani.

Si sa che l’indagine psicologica era il campo prediletto dei critici dell’Ottocento, assai legati alla critica francese, che attribuivano alla psicologia maggiori virtù che non le competessero. Ma le descrizioni psicologiche avevano almeno il merito di fare di Wagner una persona, eliminando le stupide maschere del dio e dell’anticristo. Limpide ed efficaci sono, a questo proposito, le pagine del Panzacchi; eccone uno dei tratti migliori:

  1. A. Tari: Sull’essenza della musica secondo Schopenauer ed i wagneriani, in Saggi di estetica e metafisica, Bari, 1911.

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