«Queste asprezze, queste intolleranze e, diciamolo franco, queste ingiustizie, derivano esse dal temperamento irritato dell’uomo, accaneggiato per lunghi anni dalla fortuna e da’ suoi degni ministri in terra, oppure erano un dettame imperioso e sereno della coscienza austera dell’artista? Io credo che ce ne fosse per tutti e due. Certo
Riccardo Wagner ebbe nel cervello un grande ideale artistico, che lo signoreggiò e lo invase per tutta la vita come il dèmone di cui parla
Socrate. Tutto ciò che a questo suo grande ideale in qualche guisa contrastava, anche solo da esso differenziandosi, lo urtava, lo irritava; ed egli finiva con vedere in esso un nemico odioso e ridicolo, una specie di Pitone, sopra il quale egli avrebbe vuotata volentieri tutta la faretra di Apollo. E forse più di tutto egli odiava le vicinanze insidiose e le somiglianze ambigue».
[1]
Altre esatte osservazioni si trovano nel Biaggi, nel Fiorimo e nel Cesardi. Ma il saggio più interessante sulla psicologia wagneriana è quello dovuto a Italo Svevo, che scrisse una recensione dell’Autobiografia,[2]
apparsa nel quotidiano L’Indipendente di Trieste il 22 dicembre 1884 (l’articolo non è stato mai ristampato). Lo Svevo coglie bene la tendenza di Wagner a trasferire su un piano ideale i fatti della vita:
«Non so se si possa ammettere in Wagner pudore, virtù degli esseri deboli, ma è certo che quando ha da raccontare fatti che lo concernono, fa un movimento di ribrezzo... Così non s’induce a fare queste rivelazioni che a metà: ha da parlare dei suoi protettori ed anziché parlarcene come di persone che conobbe, li idealizza nella parola "la potenza" (die Macht) e li rappresenta addirittura impersonali come il destino, come la fortuna o altra idea astratta».
L’atteggiamento di Wagner verso i suoi trascorsi di rivoluzionario — «caso tipico dell’ipocrisia wagneriana», come lo definì il Mila presentando la traduzione di Mein Leben — gli fa perdere la pazienza:
«Non si capisce qui che cosa egli abbia chiesto alla rivoluzione, che cosa per lui abbia significato quel "puro fondo umano", e infine stimo bravo chi sotto tante parole riesca a figurarsi un fatto reale».
Il giudizio complessivo è preciso e penetrante:
«Per trovare nella storia artistica un romantico tanto conseguente bisognerebbe risalire secoli. Aveva fatto suo un sistema filosofico che toccava più o meno l’arte, la morale e la politica, ed è ben vero che talvolta questo sistema cozzava con la realtà, con il buon senso comune degli uomini fino al punto di far ricadere il ridicolo su chi lo difendeva, ma Wagner in questo sistema poteva vivere perchè, con un’energia da natura eccezionale, vi aveva eliminato ogni contraddizione».
Il giudizio dello Svevo sull’uomo, sul romantico Wagner, pare privo di simpatia; ma a temperarlo sono accenni più profondi, che rivelano un intuito singolare:
- ↑ E. Panzacchi: R.W., ricordi e studi, Bologna, 1883.
- ↑ Non Mein Leben, ovviamente, pubblicata solo nel 1911, ma il Lebens Bericht, conosciuto poi in Italia come L’opera e la missione della mia vita.