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Giovanni Giuseppe Cambini. Concerto in sol maggiore per pianoforte e archi, op. XV n. 3. Revisione di Guglielmo Barblan. Partitura. Milano, Ricordi, 1960.
Il nome di Cambini, legato, come ognun sa, all’imponente opera quartettistica e sinfonica studiata in modo particolare dal Torrefranca nel quadro del preromanticismo musicale italiano, appare qui sotto il titolo di un Concerto per pianoforte: il terzo dell’op. XV edita da Henry a Parigi tra il 1782 e il 1784 e recentemente rintracciata da Guglielmo Barblan, che ne ha curato la presente pubblicazione. Si tratta di un tipico frutto di quella poetica musicale nota di «stile galante», fiorita nella seconda metà del XVIII secolo e che, sotto le gradevoli specie della facilità, naturalezza, «sensibilità» care all’estetica illuminista e rousseauniana, andava maturando fermenti poetici, talora decisamente
drammatici, destinati a sfociare nelle più alte espressioni del protoromanticismo europeo, ormai imminente. Snello e conciso nel ta-
glio formale in due soli tempi, secondo il gusto francese (che non amava troppo gli indugi lirici degli Andanti) il Concerto di Cambini spicca per una ricchezza melodica dal lunghissimo respiro, ora affettuosa ed elegante, ma più spesso incline all’espressione elegiaca, dominata da un trepido cromatismo in cui non è difficile ravvisare un modello dell’ispirazione mozartiana. La parte dello strumento solista, sobria e lineare nell’apparato virtuosistico e perfettamente pianistica, non ha richiesto che lievi ritocchi consistenti soprattutto nel raddoppio di qualche nota nei bassi; così pure l’organico strumentale (quartetto d’archi) dove la parte delle viole (che originariamente raddoppiavano i bassi all’ottava superiore) è stata dal revisore molto opportunamente riscritta e, qua e là, modificata ai fini di una migliore resa armonica.
giovanni carli ballola
Vincenzo Bellini. Concerto in mi bemolle per oboe e archi. Revisione e rielaborazione di Terenzio Gargiulo. Milano, Ricordi, 1960.
La data di nascita di questo Concerto è ignota, ma il Gargiulo pensa che si possa fissarla al 1824, epoca nella quale Vincenzo Bellini attese alla composizione di un certo numero di lavori strumentali. Bellini aveva dunque 23 anni. Influenze esterne? Quella di Mozart, senz’altro, e non v’è gran rischio ad ammettere che lo stile mozartiano figuri nella formazione musicale di Bellini giovane; del resto il sorriso che nasconde l’amarezza, il candore che maschera
un’interiorità non estranea alle più impegnate riflessioni, la lineare purezza delle strutture for-
mali sono tratti comuni ad entrambi i compositori. L’interesse storico del brano è fuori discussione. Non minore interesse presenta la sostanza musicale della partitura: un inizio Maestoso e deciso che ha tutte le caratteristiche dell’inciso così come appare nello stile belliniano (vedi, ad esempio, le prime battute di Norma), un Larghetto cantabile tenero nella melodia e vivace nelle fioriture ritmiche dello strumento solista, un Allegro alla polonese che conclude il lavoro con un giuoco musicale brillante e festoso.
giovanni ugolini
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