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Pagina:Musica d'Oggi, 1962.djvu/180

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Libri


Mario Codignola. Arte e magia di Nicolò Paganini, Milano, Ricordi, 1960. (Piccola Biblioteca Ricordi, N. 11).

Nicolò Paganini entra nella storia musicale del secolo XIX soltanto come uno straordinario «tecnico» dell’arte strumentale o anche come uno dei più attivi protagonisti della nuova epoca artistica? «Chi ancora oggi giudica Paganini soltanto come un eccezionale virtuoso» — scrive Mario Codignola nella sua documentatissima biografia — «dovrebbe riflettere sul peso che egli ha avuto in tutta la storia musicale del XIX secolo: le pagine che Schumann dedica a Henri Herz, appunto un concertista dell’epoca, il cui Secondo Concerto op. 74 viene stroncato proprio per il gratuito virtuosismo, sarebbero state certamente sottoscritte da Listz e da Brahms, da Mendelssohn e da Chopin, tutti tesi alla ricerca non del trascendentale come fine a se stesso, ma di nuove sonorità, di nuovi colori, di una maggiore libertà espressiva, di una tecnica al servizio di una fantasia libera dalle pastoie del classicismo».

Queste caratteristiche sono attributo dell’arte di Listz come di quella di Paganini: una tecnica rivoluzionaria

al servizio dell’espressione romantica va dunque definita l’invenzione musicale che si pone a fondamento dei Capricci, delle Streghe, delle Sonate e dei Concerti di Nicolò Paganini; del quale va detto, con il Codignola, che la sua musica «interpreta la realtà politica, sociale, culturale, artistica» del primo romanticismo assimilandone la vigorosa intraprendenza rivoluzionaria e gli inconvenienti di una stagione per qualche verso eccessiva
(sono le ragioni del «gusto del virtuosismo e della teatralità» che figurano abbastanza spesso, anche se non ne sono l’elemento predominante, nella produzione del violinista compositore). La portata storica dell’attività musicale di Nicolò Paganini è d’altronde autorevolmente sostenuta dalle attestazioni dei compositori a lui contemporanei. «È una fortuna che Paganini non si dedichi esclusivamente al genere lirico! Che rivale pericoloso!», afferma Rossini. «Angelo del Paradiso!», grida a gran voce Meyerbeer, al termine di un’esecuzione delle Variazioni sulla quarta corda. «Ho sentito suonare un angelo», scrive Schubert a Hüttenbrenner a proposito dell’«infernaldivino» violinista. «Paganini stesso deve stimare il suo ingegno di compositore più che il suo genio eminente di virtuoso», nota Robert Schumann in un suo scritto critico. E Listz: «Quale uomo, quale violino, quale artista! Dio, quante sofferenze, quante miserie, quante torture in quelle quatto corde!». Giudizi tutti che costituiscono una corale testimonianza dell’alta stima nella quale Paganini è tenuto dalla cultura europea. Sì che non stupisce quanto scrive Goethe, dopo un concerto per la corte di Weimar: «Ho ascoltato ieri sera Paganini. Per ciò che si chiama godimento, e cioè quello che, per me, ondeggia sempre fra la sensualità e l’intelligenza, mi manca una base per questa colonna di fiamme e di nembi... Ho solamente udito qualcosa di meteorico e non ho potuto rendermene conto».

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