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Pagina:Musica d'Oggi, 1962.djvu/181

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Il Codignola tiene giustamente in gran conto tutto ciò che serve a dimostrare quanto debba l’esperienza musicale romantica a Paganini. Ma non dimentica naturalmente di valutare circostanziatamente gli aspetti virtuosistici nella tecnica esecutiva e nelle stesse strutture formali delle composizioni paganiniane. La tecnica prodigiosa del violinista è nata dal desiderio di scoprire «posizioni del tutto nuove e non ancora udite, il cui accordo facesse stupire la gente» (sono parole dello stesso Paganini). Ricerca che ha avuto i suoi deplorevoli mancamenti in alcune esibizioni di cattivo gusto (succedeva che ad una Sonata di Haydn il violinista aggiungesse «giunte e fioriture» di propria creazione, oppure un Concerto di Viotti doveva subire l’interpolazione di «una corona nella quale l’esecutore imitava una scimmia, un cane e un gallo») e i suoi più rimarchevoli raggiungimenti artistici in quel virtuosismo strumentale che offrirà non poche risorse inventive agli stessi Listz, Schumann, Chopin, Berlioz e Brahms.

La reale portata dell’arte paganiniana non fu, ad ogni buon conto, compresa dalla maggioranza dei contemporanei; ai quali faceva grande impressione proprio l’aspetto meno significativo di quest’arte: la brillante esteriorità della tecnica strumentale. Nel giudizio di molti, il virtuosismo di Nicolò Paganini finì quindi con l’acquistare un significato demoniaco, come se si fosse trattato di un fenomeno estraneo alla stessa realtà della musica (si diceva che «le corde del prezioso Guarneri fossero state fatte con gli intestini dell’ultimo papa»...e che il violino di Paganini fosse intagliato nel «legno di Satana»). Leggende in parte messe in giro dallo stesso Paganini («le forze demoniache o angeliche, ma sempre soprannaturali che vengono ad ogni suo concerto evocate» scrive il Codignola «non furono in definitiva che
una sua geniale invenzione pubblicitaria»), e comunque così radicate nell’opinione generale da provocare quell’assurdo processo post mortem che fece fantasticare il teologo Caffarelli al punto di fargli affermare che il musicista morente «a lui rivolto... con occhio bieco e sdegnoso» gli avesse detto «che se ne andasse, che già l’aveva abbastanza annoiato». Il fatto è che simili imposture bastarono perchè il Vescovo di Nizza negasse sepoltura religiosa alle spoglie del musicista. In un’esistenza tanto agitata acquista grande evidenza il ritratto umano del musicista, del quale il Codignola ha messo in rilievo ogni particolare: i rapporti di Paganini con il culto religioso (egli «avvertiva... il valore sociale del rispetto formale per le cose religiose»), le avventure amorose (le donne «furono, dopo il violino, la passione più schietta della sua vita»), le dicerie calunniose («la più debole delle quali lo voleva arrivato a tal punto di bravura per un lungo periodo di carcere, nel quale egli si sarebbe esercitato a suonare»), l’affetto paterno (al figlio Achille «farà da padre e da madre, da precettore e da amico»), e l’animo generoso (la donazione di ventimila franchi a Berlioz). Un ritratto d’uomo nobile e sensibile, alla personalità del quale non fanno certamente ombra le piccole avventure galanti e lo sfondo mediocre delle trattazioni commerciali. Sì che delle due descrizioni della morte — quella ufficiale e quella fantasiosa di un giornale francese — vien fatto di trovare più consona alla solennità dell’ora la seconda. Dove si legge che «nell’ora estrema stese la mano all’incantato violino, al fido compagno della sua peregrinazione, al sopitor delle sue cure, e mandò al cielo coll’ultime note l’ultimo sospiro di una vita, che fu tutta melodia».

giovanni ugolini


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