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e le Siete canciones populares españolas, per canto e pianoforte. Allo scoppio della guerra Falla tornò a Madrid, per restarci cinque anni. A questo periodo appartengono i suoi due celebri balletti: El Amor brujo, composto per la danzatrice gitana Pastora Imperio e rappresentato senza troppo successo nel 1915 e El Sombrero de très picos. Quest’ultimo comandato da Diaghilev, fu dapprima una pantomima dal titolo El Corregidor y la molinera che Diaghilev per il momento non potè mettere in scena e perciò fu dato a Madrid da una compagnia spagnola (1917); poi, in gran parte rifatto, divenne quello che tutti oggi conoscono, e fu messo stabilmente in repertorio dai Balletti Russi di Diaghilev nella coreografia di Massine, scene e costumi di Picasso (per la prima volta a Londra nel 1919).
Nel 1919, mortigli i genitori, Falla tornò con la sorella in Andalusia e si stabilì a Granata, con l’intenzione di restarci per sempre. Sùbito strinse amicizia con Federico Garcia Lorca, che allora aveva appena vent’anni, e con lui fondò un’orchestra da camera e organizzò concerti e spettacoli. Garcia Lorca aveva tra l’altro un teatrino di fantocci per il quale Falla adattò musiche popolari; e questa attività venne felicemente incontro alla composizione del Retablo de Maese Pedro, opera per fantocci da un episodio del Don Chisciotte, che Falla s’era impegnato a scrivere per la principessa di Polignac; nel salotto della quale, a Parigi, fu rappresentata per la prima volta, nel 1923. Intanto l’Amor brujo, modificato e ristrumentato per orchestra normale, era diventato un successo internazionale come suite da concerto; e nel 1925 si affermò anche sul teatro, nella coreografia di Antonia Mercé detta la Argentina. L’altro lavoro importante di questo periodo è il Concerto per clavicembalo e cinque strumenti, scritto per Wanda Landowska, che lo eseguì per la prima volta nel 1926. Falla era ormai popolare in tutta Europa. Ma la sua salute cominciò seriamente a declinare, specie dopo una malattia alle vie respiratorie sopravvenuta nel 1932, e dalla quale non si riebbe mai più. Scoppiò nel ’36 la guerra civile; e dopo la vittoria di Franco, Falla emigrò in Argentina (1939), stabilendosi prima a Cordova e poco dopo ad Alta Gracia. Già da tempo pensava, e lavorava, al grande oratorio su testo di Verdaguer, destinato a rimanere incompiuto: Atlantida. Morì il 14 novembre 1946. Le sue spoglie, imbalsamate, furono portate in patria e inumate nel Duomo di Cadice.
Manuel de Falla è fra quei compositori che tutti chiamano grandi ma dei quali, quando si parla della musica del nostro secolo, quasi tutti dimenticano il nome. A che si deve questa dimenticanza? Evidentemente al complesso d’inferiorità che affligge i più di fronte a una certa, esclusivistica immagine della ’musica moderna’, ch’è sempre più ufficialmente riconosciuta; e con la quale la musica di Falla, e d’altri, stenta a coincidere. Motivo per cui ci si concede di considerare le loro opere belle e bellissime; ma in quanto stravaganti dal cammino legale della storia, prudenza consiglia di ometterle dal ’panorama’.
È bene allora ribadire che una tale prudenza implica una presun-
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