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Pagina:Musica d'Oggi, 1962.djvu/204

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zione bella e buona: quella che la nostra testa abbia capacità di stabilire la linea maestra della storia in base a una serie di dogmatici a priori, e perciò autorità di mettere tra parentesi gli artisti che non abbiano la compiacenza di coscienziosamente percorrerla. In verità dovrebbe esser pacifico il contrario: che la storia dell’arte la definiscono gli artisti, e in quanto tali. Altrimenti detto: i caratteri d’un epoca artistica qualsiasi si definiscono semplicemente dai caratteri delle opere d’arte vive, grandi e piccole, che ci son nate dentro; e che in quanto tali attestano sempre, ciascuna a suo modo, qualche realtà dell’epoca e dunque son sempre, rispetto a quest’epoca, ’moderne’. Tant’è vero che, dando tempo al tempo, ognuno finisce poi per costatarlo. Nel tardo Ottocento i wagneriani tedeschi consideiavano moderno Hugo Wolf, e Brahms reazionario; a quel modo che tanti credevano Wagner più moderno di Verdi. Oggi è pacifico che Brahms non era uno schumanniano in ritardo, ma proprio un contemporaneo di Wolf; e che Verdi, antiwagneriano quanto si voglia appartiene però all’epoca di Wagner e non a quella di Donizetti. Il che non significa che tutti i compositori d’un’epoca siano identici; al contrario, appunto perchè sono diversi, dimostrano che un’epoca non e riducibile all’evoluzione d’una sola linea: anche se fra tutte le opere d’una stessa epoca, purché siano davvero opere d’arte e non calchi o contraffazioni, si finisce con lo scoprire prima o poi parentele profonde.

Si capisce d’altronde che cosa abbia potuto creare, a proposito di Falla, il senso d’una difformità rispetto alla musica del suo tempo: la qualità delle sue idee tematiche e melodiche, e il peso ch’essa occupa nella riuscita delle sue opere, o almeno di quelle più universalmente note. Temi e melodie, in Falla, sono di norma strettamente diatonici, fondati su ritmi di estrema evidenza, e quasi sempre dotati d’un appello irresistibile. Ora, caratteristiche di questo genere nella musica del nostro secolo sono rare. Non che la musica del Novecento prescinda dall’invenzione tematica; certo è però che la intende, salvo eccezioni, in tutt’altro senso e portata: per lo più negandole quell’espansività che l’Ottocento le aveva conferito al massimo, e assegnandole non di rado un ruolo non autonomo, comunque non prepotente. Invece in Falla il ruolo dell’idea è quasi sempre preminentissimo: si direbbe che il suo lavoro di ’composizione’ consista appunto nel mettere a fuoco l’idea, nel darle il massimo rilievo. Senonchè questo non vale davvero a fare di lui un artista ottocentesco. Per capirlo basta forse il confronto con i suoi due predecessori immediati, che con lui perseguirono l’ideale del loro comune maestro Pedrell: realizzare uno stile ad un tempo nazionale ed europeo, capace di riportare la Spagna, dopo secoli d’assenza, alla ribalta della vita musicale internazionale. Sia Albéniz (1860-1909) che Granados (1867-1916) sono tipicamente compositori a cavallo fra i due secoli, nei quali le intuizioni novecentesche non sconfessano una poetica che appartiene ancora al secolo passato. Per fermarci ad Albéniz, che è il più importante: anche lasciando da parte il wagnerismo di

certo suo teatro e limitandoci alla sua migliore musica per piano-


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