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Pagina:Musica d'Oggi, 1962.djvu/294

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senet e di Lalo, di Dubois e di Dukas, di Fauré e di Chabrier, di Debussy e di Satie, mentre il suo sensibilissimo e pronto orecchio non sarà sordo ai richiami che gli potranno essere offerti da uno Stravinski o da uno Schoenberg.

La dimensione culturale e musicale della personalità di Maurice Ravel accoglie ed ammette questo eclettismo: che è solo apparente, in quanto non risultato ma premessa della conquista ed affermazione del suo linguaggio. E la sua giovanile e mai smentita predilezione contemporaneamente per la «crudezza popolaresca» di Chabrier e per le «legnosità ingenue e burlesche e ironiche» di Erik Satie, riprova di una psicologia almeno enigmatica quando non contradditoria, sta ad indicare un atteggiamento del suo spirito e della sua sensibilità: i quali, pur non ricusando nulla da qualunque fonte, dopo averne filtrato ogni componente, amano restare a quei due cardini entro cui articolarsi e prendere vita. Come dai precedenti musicali più immediati dei quali ogni compositore ha pur bisogno per iniziare la sua attività.

Naturalmente, in questa opera, anche la produzione di Claude Debussy — conosciuta profondamente ed amata da Ravel — ha avuto, forse più di qualche altra, la sua non trascurabile influenza: ma, questa affermazione, nella specie, diviene lecita solo nel senso molto lato, come è stato detto, della naturale incidenza su Ravel di una cultura dalla quale egli si scopre vieppiù estraneo e a tratti addirittura antitetico.

L’autonoma reazione ad ogni manifestazione della musica della cultura e della vita, un altro carattere aggiunge ed acquisisce alla poetica di Ravel: l’emozione naturalistica, definita e concreta, come proiezione in un mondo varissimo nelle sue manifestazioni ma non per ciò vago, di una personale idealità, quella, appunto, naturalistica più che naturistica. Chiara e determinata come tutto in Ravel, nel quale sembra rivivere, pur senza eccessi, l’antico e schiettamente francese «ésprit de géométrie»: che tutto dosa prodigiosamente quando non virtuosisticamente.

Sempre, tuttavia, senza negare l’inconfondibile tratto poetico derivante da una infinitamente vasta riserva di vita interiore. Tanto più affascinante e pregevole perchè pudicamente ed ostinatamente segreta. La quale supera le sue tempeste, appunto nella risolutiva felicità di una poesia nobile e veramente personale.

manlio la morgia


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