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Pagina:Musica d'Oggi, 1962.djvu/295

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Il significato storico del pianismo di Clementi


Non sappiamo chi abbia per primo attaccato al nome di Clementi la rituale coda: «padre del pianoforte»; l’epiteto rimbalza beffardamente dall’una all’altra Storia, e non si lascia acchiappare. Chi l’ha inventato? Non si sa. Chi ha inventato tutti quegli altri epiteti, immaginosi fino al barocco più lussureggiante, che un tempo qualificavano i campioni della tastiera: «il poeta del pianoforte» (Henselt), «il titano dei pianisti» (Liszt), «il re del trillo» (Willmers), «il colosso della Moldava» (Rubinstein), «il dottore delle due sinistre» (Dreyschock), «l’Annibale delle ottave» (Tedesco)? Chi li ha inventati? Non si sa. Erano così strepitosi e bislacchi che il tempo ha avuto cura di disperderne la memoria. Ma i nostri avi incisero quelle tre parole sulla pietra tombale di Clementi. Le pietre tombali, si dice, sono grandi bugiarde. Sarà vero? Nel caso che ei interessa, non è vero: Clementi è proprio il «padre del pianoforte», almeno nel senso che noi, qui, intendiamo.

L’attività di Clementi si svolge per un lunghissimo lasso di tempo, in un periodo tra i più ricchi di conquiste nella storia della musica e, in particolare, della letteratura pianistica: da Filippo Emanuele Bach a Chopin. Per quanto riguarda il significato storico del pianismo clementino, però, a noi interessano in primo luogo gli anni che vanno dal 1766, quando Clementi giunge a Londra, al 1783, quando rientra in Inghilterra dopo il suo primo giro di concerti nel continente. Orbene, questo periodo è dominato dalla ricerca sperimentale sulla tecnica pianistica, studiata, indagata con una perseveranza, con una ostinazione che hanno del prodigioso. Ricerca per la ricerca: non ancora soluzione strumentale di problemi espressivi, ma esplorazione quasi sistematica delle possibili combinazioni meccaniche offerte dal nuovo strumento.

Per spiegare l’origine del pianismo clementino sono stati avanzati diversi motivi, da quello che lo stesso Clementi ebbe ad illustrare a N. Méreaux (l’imitazione dell’orchestra), a quello che ricorre come luogo comune in tutte le Storie (tenuta di suono e robustezza dei pianoforti inglesi), a quello prospettato dal Paribeni (predilezione del pubblico inglese per la virtuosità strumentale), a quello, sia pur marginale, suggerito dall’Allorto (trasferimento sul pianoforte di procedimenti strumentali caratteristici della formazione pianoforte-violino, prediletta dai dilettanti inglesi).[1] Motivi tutti nei quali c’è una

  1. A. de Méreaux, Les Clavicenistes, Parigi, 1867. G. C. Paribeni, M. Clementi, Milano, 1922. R. Allorto, Le Sonate per pianoforte di M. Clementi, Firenze, 1959.

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