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Pagina:Musica d'Oggi, 1962.djvu/296

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parte di vero, ma motivi psicologici, che da soli non basterebbero — nè i critici citati pretendono che bastino — a spiegare l’eccellenza e la novità dei risultati da Clementi raggiunti e non raggiunti, putacaso, da Hüllmandel o da Schubert, per citare due pianisti che possedevano doti di virtuosi, e che furono in contatto con gli ambienti culturali più diversi.

La singolarità di Clementi, rispetto a tutti i suoi colleghi, anziani e giovani, è di essere un pianista che compone, mentre gli altri sono compositori che si servono del pianoforte. Clementi introduce nelle sue prime composizioni, in modo persino brutale, i passaggi trovati sulla tastiera, nati dalla ricerca di posizioni delle dita inusitate e difficili; gli altri adattano abilmente, alle possibilità timbriche del pianoforte, una materia musicale di origine per lo più vocalistica.

Di fronte e di contro alla scuola di F. E. Bach — la scuola della dolce cantabilità, commossa e commovente, la scuola che prediligeva la scrittura leggera, che disdegnava l’accavallarsi delle grandi ondate di suono — Clementi affermava dunque una nuova concezione della pianistica; una concezione che voleva dalla musica esaltazione più che commozione, e che chiedeva una tecnica rotta a tutte le difficoltà, una preparazione scrupolosa, un totale dominio dell’emotività, perchè aveva il gusto della combinazione virtuosistica sorprendente e rischiosa.

È opportuno osservare che questa concezione è nuova solo in quanto individuata per la prima volta nel pianoforte: come concezione generale dell’esecuzione va invece a collocarsi accanto all’estetica del bel canto, all’indirizzo di alcune scuole violinistiche (Geminiani, Locatelli, Tartini), all’arte di Domenico Scarlatti. Il bel canto, i violinisti italiani, Scarlatti, cioè tre fatti musicali ben presenti nella cultura inglese del 1770,[1] e che dovettero trovar rispondenza — perchè no? — anche nelle qualità razziali dell’italiano Clementi.

Non è certo il caso di costruir castelli sopra quest’ultima constatazione, o almeno, non ce ne sentiamo capaci. Ci interessava invece mostrare che l’azione di Clementi si inseriva in una componente basilare della cultura europea e che, in quanto tale, non poteva che affermarsi rapidamente, come avvenne infatti durante il giro concertistico del 1780-83.

La concezione clementina della pianistica non solo apriva nuove prospettive alla tecnica del pianoforte, ma modificava il tradizionale rapporto tra compositore ed esecutore; e in ciò, forse, si trova una delle ragioni dell’opposizione di Mozart. Lo strumento a tastiera, infatti, era per lunga consuetudine lo strumento del compositore, e la tecnica della tastiera veniva prima appresa e poi esercitata durante lo studio e l’esercizio della composizione; la rivoluzione di Clementi scindeva necessariamente il binomio compositore-pianista, perché

  1. Nella seconda metà del ’700 le composizioni di Scarlatti, obliate nel continente, erano ancora apprezzate in Inghilterra. Vedi l’elenco delle ristampe di Sonate scarlattiane a Londra in: R. Kirkpatrick, D. Scarlatti, Princeton, 1953.

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