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Pagina:Musica d'Oggi, 1962.djvu/297

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introduceva una specializzazione pianistica che imponeva uno studio separato dello strumento. E il fatto che un compositore sudasse sangue per studiare il pianoforte — si potrebbe dire parafrasando il De Sanctis — ai compositori doveva sembrare un paradosso. Paradosso anche perché nel 1780 nessuno poteva ancora capire che la dualità tra compositore e pianista, il cui effetto in quel primo momento era di portare alla ribalta la figura del mechanicus, poneva in realtà le basi perché sorgesse, come attività musicale autonoma, l’interpretazione. Ma per noi è chiaro che Clementi, con la sua ricerca tecnicistica, iniziava la storia dell’interpretazione, e perciò, invece che «padre del pianoforte», dovremmo più esattamente chiamarlo «padre dell’interpretazione pianistica».

Le esperienze maturate da Clementi durante il suo primo giro di concerti vengono così sintetizzate dall’Allorto (op. cit.): «Clementi, che aveva già da tempo fissato i punti cardinali della sonorità pianistica, in questo viaggio imparò a servirsi dei ferri del mestiere da lui forgiati per operazioni di più spirituale e convincente significato». Nasceva dunque in quel momento il vero compositore Clementi, la cui opera esula dalla nostra indagine. Ma insieme con il compositore nasceva il didatta, che contribuiva a far diventare di dominio pubblico il patrimonio delle sue ricerche.

Al 1783 risale appunto l’inizio dell’attività didattica di Clementi, che prosegue intensissima per circa venticinque anni, e che si riassume in tre opere fondamentali: i Preludi ed esercizi (1790), gli Scarlatti’s chefs d’oeuvre (1791), il Metodo (1801).

I Preludi ed esercizi sono il monumento eretto alle scale, poste alla base della tecnica pianistica e diteggiate in modo razionale e definitivo: tutte le scale, anche quelle molto accidentate, e tutte esercitate nelle varie forme divenute poi tradizionali. La revisione delle Sonate di Scarlatti è una conferma della nascente coscienza del valore autonomo dell’interpretazione: il revisore suggerisce parcamente la dinamica, l’articolazione del fraseggio, le diteggiature, con una misura ed un rispetto del testo che fanno difetto a troppe delle revisioni posteriori (l’unico punto censurabile è il trasporto della Sonata L 23 in tonalità pianisticamente più agevole). Il Metodo, infine, è un riassunto dei concetti didattici di Clementi.

La didattica di Clementi si colloca in un punto intermedio tra la didattica del Settecento e quella dell’Ottocento: lo studio del pianoforte procede indipendente dallo studio della composizione, ma non attua ancora completamente la divisione tra tecnica pura (esercizio) e tecnica applicata (studio), e tra tecnica e stilistica. Il Metodo contiene infatti un ristretto campionario di formule tecniche, in un ordine né completo né sistematico, e una serie di pezzi e studi con i quali vengono passati in rassegna le varie specie di tecnica ed i vari stili, esercitati praticamente senza esser stati teoricamente descritti. Concetto moderno, se vogliamo, che è venuto in onore recentemente nell’insegnamento letterario, ma concetto che lascia molta parte dell’insegnamento, all’esempio del docente, e non permette più, a distanza


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