pito di significare un’arte che non si affidi alla persuasione immediata dell’immagine e della parola, ma alla sonorità meccanica pura era certamente il più arduo.
Il merito essenziale dell’attenzione e del successo va dunque al docente che ha mediato la nuova esperienza musicale. Ma parlare qui di Roberto Lupi significherà illuminarne tosto l’attività di compositore e di didatta: per scoprire proprio in questa sua simultaneità un complemento ideale — umanistico — verso la penetrazione approfondita dei più avanzati problemi della musica attuale. Di questa sua opera di ricerca e sondaggio, tanto più intensa quanto più appartata, della sua presenza artistica nell’oggi, tanto più certa quanto più discreta converrà parlare con ben altra ampiezza ed in altra sede; nel limite di una cronaca di Convegno, basterà infatti ricordare l’efficacia del suo metodo didattico, cioè la sua felice e suggestiva capacità di spiegare e convincere con quella parola più illuminante quanto più modesta e piana, stabilendo un’atmosfera familiare e raccolta capace di facilitare oltreché giustificare il successivo, diretto incontro coi numerosi esempi musicali, disposti secondo un opportuno criterio graduale: dalla dodecafonia alla musica concreta, dal puntilismo alla musica elettronica fino all’attuale «aleatoria». Delle quattro sue lezioni, la nettamente più interessante, perchè indicativa di una concezione quanto-
meno attuale, è stata quella sulla spazialità, temporalità e durata del linguaggio europeo odierno, ove il relatore, posta in luce l’evoluzione dialettica dell’intervallo musicale dalle origini al romanticismo liminare, ha ricollegato il suo ultimo valore isolato, insieme alla più recente presenza della musica come «opera aperta», al neuma medioevale, come per un ritorno a spirale. Anche qui un motivo evidentemente elettivo dunque, se Lupi prediligendo parimenti passato e presente, come compositore guarda all’oggi ma i suoi interessi di trascrittore e revisore si estendono dall’Ars Nova a Monteverdi ed oltre.
E pure a Livorno fu da lui rispettata l’equivalente predilezione se, a mezzo delle conferenze sul linguaggio
musicale odierno, in un applauditissimo recital pianistico presentò antiche musiche, dall’Ars Nova a Frescobaldi, Rossi, Couperin e Della Ciaja. Non poteva esserci un commento più esauriente alle sue lezioni, che venisse a chiarire l’evoluzione dialettica dell’intervallo oggi ritornato libero (nell’atto esecutivo), e della forma musicale che ora pare ricondursi alla disponibile spazialità dei neumi.
Così, la prima edizione di questa Settimana livornese ha trovato forse il significato più vero e la più completa giustificazione: certo la miglior realizzazione di quella finalità fiduciosa d’incontro e d’acquisto che si era prefissa.
sergio martinotti
Il Concorso Polifonico Internazionale di Arezzo
La decima edizione di questo importantissimo concorso si è voluto che appunto nel decennale risultasse particolarmente solenne. (La cifra tonda — si sa — ha sempre una sua forza).
Alla cerimonia di apertura, esecuzione del famoso Inno a San Gio-
vanni da cui Guido monaco ricavò i nomi attuali delle note musicali. (L’ut poi cambiò in do: su sette un traditore, non c’è neanche male).
L’Inno eseguito dalle voci bianche delle scuole elementari di Arezzo dirette dal maestro Gambi, è quasi il simbolo musicale della città e la