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Sono seguite poi due perle musicali: il Collegium Musicum diretto da Renato Fasano e il Coro Polifonico di Roma diretto da Nino Antonellini l’impareggiabile corifeo della RAI. Se la cerimonia di apertura è riuscita solenne, quella di chiusura è riuscita addirittura trionfale: il Teatro Petrarca tutto infiorato e gremito di pubblico cosmopolita, elegantissimo; presenti il Capo dello Stato on. Antonio Segni (che ha distribuito i premi) e il Presidente del Consiglio on. Amintore Fanfani, applauditissimi.
Tutti i coristi in costumi bellissimi, compreso quello sardo, gentile omaggio della Sardegna al suo illustre figlio onorevole Segni.
Alla patria di Guido e Petrarca, di Piero della Francesca e del Buonarrotti, di Masaccio, Vasari, Luca Signorelli, l’Aretino eccetera, va subito riconosciuto il merito di aver rimesso in marcia quell’arte corale italiana che alle primissime edizioni del concorso si presentava dimessa e timida. Lodiamo dunque il comitato esecutivo presieduto dall’insigne umanista Mario Salmi in collaborazione col magistrato Mario Bucciolotti e col maestro Luigi Colacicchi, programmatore superiore ad ogni elogio per equilibrio, gusto e consumata conoscenza tecnica della partita corale. Bandito con grande abilità propulsiva, questo concorso chiudeva le iscrizioni con un bilancio imponente: cinquanta Società corali provenienti da tredici Nazioni fra europee e americane: qualcosa come oltre duemila coristi. Caldo elogio merita pure la Commissione esaminatrice formata da personalità musicali di cartello internazionale quali un Franco Abbiati, un Arturo Benedetti Michelangeli, Guido Guerrini, Solon Michaélides, Slovko Zlatic,... per aver realizzato un verdetto ritenuto da tutti modello di equanimità. E bene ha fatto la città di Arezzo premiando conEd ora ci sia concesso lo svago di una piccola digressione. Finito il dolce naufragare nel mare di travolgenti polifonie, vien fatto di pensare se nonostante secoli di scoperte, esplorazioni, industriose esperienze, all’arte corale non sia mancato quello spirito innovatore ch’è quasi adombrato in un lampo di genio profetico del grande Bussetano.
Diceva Verdi (progettandosi in Milano la fondazione di un’orchestra stabile) non essere l’orchestra frutto propriamente italiano, ma la polifonia vocale «campo non ancora che minimamente sfruttato nelle sue inimmaginabili risorse espressive». É certo, per esempio, che nel solco dei cicalamenti, delle amenità anfiparnassiane, dei contrappunti bestiali eccetera, è mancato il coraggio di spingere la caricatura a estreme conseguenze umoristiche e canzonatorie. Ma peggio che mai è mancato il coraggio del realismo e del ritorno alla primordialità donde sarebbe venuto fuori, per dir così una sorta di impressionismo vocale.
Si pensi un po’ a quale potenza espressiva potrebbe arrivare la vocalità ove fossero valorizzati (ben s’intende in perfetto rigore e nitore stilistico e non già bravate teppistiche incontrollate) gridi, lamenti, singhiozzi, mormorazioni, invocazioni, gemiti, risa, pianti, esclamazioni di gioia, di stupore, di maledizione: tutto un magma, diciamo, donde, in definitiva, doveva emergere niente meno che il linguaggio umano (G.B. Vico).
Ma poiché mi avvedo che voler collocare in questo breve spazio un così vasto e periglioso argomento sarebbe impresa sbardellata, ritorno alla pura cronaca informando che| 234 |