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Ghedini, che appunto l’ha chiamato il Credo di Perugia, un’opera saldamente costruita per coro e orchestra, che fra loro mantengono un equilibrio mirabile: la frase del testo è intimamente legata all’idea musicale, e alcune parti presentano una originalità singolare come lo Incarnatus interpretato gioiosamente, contro l’uso comune, e l’Amen sviluppatissimo con tre periodi diversi. È un grande affresco, da considerare una delle più belle composizioni di Ghedini.
L’esecuzione è stata ottima da parte del coro e dell’orchestra del Teatro alla Scala e del direttore Sergiu Celibidache, il quale ha anche offerto una interpretazione di grande efficacia nella Settima sinfonia di Bruckner.
La Sagra Musicale si è conchiusa ad Assisi con l’oratorio El Pesebre (Il Presepio) di Fabio Casais, il quale l’ha presentato come «Messaggio nella crociata per la pace del mondo» e quindi sostanziata diun significato altamente umanitario e cristiano. L’opera, su testo squisito di Joan Ala vedrà, non si offre quale composizione di una originalità assoluta, molti echi essa presenta di Wagner, Brahms, Schuman, ma, benché contesta quasi sempre di noti moduli ottocenteschi, è però animata da un impronta di sincerità tale, da ottenere facilmente il consenso del grande pubblico a cui è diretta; infatti farà il giro dell’Europa fino nella Russia, dopo aver avuto successi in America. L’oratorio è stato, pochi giorni dopo, ripetuto in Santa Croce a Firenze richiamando un pubblico enorme e riscotendo festose accoglienze. L’ha diretto lo stesso Casais con l’orchestra della Fenice di Venezia, il coro della Società Orfeó Català di Barcellona e con ottimi solisti quali Montserrat Caballé, Rosario Gomez, Juan Oncina, José Simorra e Raimundo Torres che hanno cantato su testo catalano.
adelmo damerini
Il “Credo di Perugia„ di Ghedini
La stagione sinfonica d’autunno alla Scala è stata inaugurata con unconcerto diretto da Sergiu Celibidache. In programma, con la 7a Sinfonia di Bruckner, il recentissimo Credo per coro e orchestra di Giorgio Federico Ghedini. Intorno a quest’ultima composizione così riferiva Epoca del 14 ottobre 1962:
Anche cento, anche duecento anni fa, le opere nuove dei compositori viventi venivano giudicate in tal maniera da non corrispondere, nella più parte dei casi, ai giudizi attuali; peggio ancora, alla fortuna o alla sfortuna incontrate da quelle opere lungo il correre del
tempo. Diremmo che una creazione d’arte (specialmente dell’arte musicale) abbia spesso bisogno di un determinato periodo d’anni per decantarsi: per dimettere i suoi orpelli ed apparire infine nuda,
cile, disadorna com’era effettivamente, ovvero per uscire dai coni di ombra che certi fari abbaglianti avevano prodotto convergendo i loro raggi sopra oggetti indegni di tanta attenzione, e risplendere così superba, spontaneamente viva, alla luce naturale del sole.
Quanto ci colpisce e rende perplessi, nel considerare appunto quegli antichi giudizi, non sono già gli osanna lanciati all’indirizzo di musiche rapidamente decadute ed oggi svalutate, nè, ancor meno,
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