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Pagina:Musica d'Oggi, 1962.djvu/38

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tiis, col maestro Lauro ed il regista Vassallo Mirabella. S’immaginino le manifestazioni di cordiale entusiasmo tributate a Ildebrando Pizzetti e a Riccardo Bacchelli, che il pubblico ha voluto anche soli alla ri-
balta, specie al termine dello spettacolo. Un altro successo che va segnato nel libro d’oro degli oltre duecento anni di vita gloriosa del nostro massimo teatro.

l. d. l.


L’Unicorno, la Gorgona e la Mantìcora di Menotti all’Angelicum


In uno spettacolo di balletti comprendente anche Renard di Stravinski e un gruppo di spirituals il 20 e 21 gennaio 1962 è stata allestita all’Angelicum di Milano la favola madrigalesca L’Unicorno, la Gorgona e la Mantìcora di Giancarlo Menotti. Al vivo consenso del pubblico ha fatto eco la lietissima accoglienza della critica che ha rilevato l’eleganza e felicità inventiva della partitura. Ripubblichiamo qui da Gente (2 febbraio 1962) la cronaca musicale di Giovanni Carli Ballola.

Che proprio Giancarlo Menotti, il beniamino della café society internazionale dovesse essere l’autore di una pungente satira contro quel mondo che l’ha tenuto a balia, è una delle tante contraddizioni in cui si è sempre dibattuto il simpatico musicista italo americano. Contraddizioni, si badi bene, del tutto apparenti e non prive di un briciolo di scaltra civetteria; questo costante atteggiamento spirituale menottiano, oscillante tra compiaciuto decadentismo e aristocratica ironia, va tenuto presente per rettamente giudicare nel suo contenuto ideologico e satirico, nei suoi pregi e nei suoi limiti, la «favola madrigalesca» intitolata L’Unicorno, la gorgona e la mantìcora, composta da Menotti nel 1956, rappresentata per la prima volta al Coolidge Auditorium di Washington, e allestita in questi giorni a Milano sulle scene del teatrino dell’Angelicum con grande successo. Anche il testo della favola è opera del compositore, secondo una consuetudine alla quale Menotti non è mai venuto meno. Un Poeta trascorre i suoi giorni in solitudine tra le mura di un grande castello. I notabili
e la «gente bene» lo considerano la pecora nera della città, e quando l’enigmatico personaggio fa le sue rare apparizioni al passeggio domenicale non gli risparmiano le frecciate più malevoli. Un giorno quest’uomo «dallo strambo cervello» (come il Poeta è chiamato da tutti) esce a passeggiare sul lungomare tenendo a guinzaglio un animale mai veduto: un candido unicorno che segue scalpitando e fremendo il suo strano padrone, tra lo sbalordimento della gente perbene, che per assistere allo straordinario spettacolo sospende per un istante i pettegolezzi e le maldicenze reciproche di cui è imbastita la sua conversazione. Dopo aver lungamente commentato la nuova stramberia del Poeta, ciascuno se ne torna a casa: ma quella sera in ogni famiglia rispettabile della cittadina c’è aria di guerra. Sì, perchè la contessa, la moglie del dottore, quella del podestà e tutte le altre signore più in vista, da quando hanno visto lo snello unicorno del Poeta non hanno pace e perseguitano i loro mariti per avere, anche loro, un candido cavallo dall’unico, affusolato corno sulla fronte da portare a passeggio legato a un elegante guinzaglio.

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