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Pagina:Musica d'Oggi, 1962.djvu/50

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Alfredo Parente. Castità della musica. Torino, Einaudi, 1961.

Complicare le cose semplici e risapute deve essere esercizio allettante stando alla sua diffusione e fortuna. Moltissimi lo perseguono e il contrario è di pochi. Bisogna risalire alla giovinezza del mondo, all’antica Grecia, per godere la capacità di semplificazione di filosofi come Socrate, capaci di trattare problemi quali l’immortalità dell’anima col primo droghiere incontrato a caso e di farsi capire da esso.

Se oggi consideriamo la sempre più vasta produzione di critica d’arte, c’è da rimanere stupiti della problematica di cui vengono caricati e ammantati l’atto e il fatto creativo. In essi l’artista creatore viene spesso considerato come un illuminato inconsapevole, solito a dare il meglio di sè quando non sa quello che fa, oppure come tramite medianico di una qualche misteriosa ed esoterica trascendenza.

La decisione del bello e la sua ragione comunque non gli appartengono e sono argomenti peculiari e particolari di armatissimi esegeti, i quali decidono in merito senza necessariamente conoscere l’ABC del mestiere.

Dalla frattura fra l’estraneità all’atto creativo, il conseguente mal posseduto bagaglio terminologico artigiano, e la ferrata preparazione filosofica conseguono spesso quelle algebriche esegesi, talvolta più misteriose dello stesso fatto creativo sottoposto a giudizio.

A tale tipo non appartiene la recente pubblicazione di Alfredo Parente. La sua Castità della musica è una raccolta di vari articoli usciti in circostanze e tempi diversi, ma impostati su problemi reali e contingenti, ansiosi di farsi subito comprendere, talvolta conditi con signorile misura di sale polemico, sempre attuali nella scelta degli argomenti.

Il problema della creazione artistica e della sua comprensione, quando vi affiora, sembra portato su una concezione del tempo che ose-
rei dire cinese, ove tutto fluisce continuamente, senza le soluzioni di continuità del passato, presente e futuro. Sarà perchè la terra partenopea molto ci serba ancora dell’aulica tradizione ellenica, ma nella prosa del Parente si respira una filosofia compiaciuta d’esser semplice e non aliena dal vecchio buon senso; soprattutto non faziosa e evidentemente contraria a porre il torto tutto da una parte e il giusto da quella opposta.

Il suo è un argomentare semplice e ristoratore, riflesso di un indubbio equilibrio interiore, che si palesa in alcuni passi quali «la complementarità dei vecchi e sempre nuovi (perchè eterni) concetti di classico e di romantico» o in quello rispecchiante la convinzione che «i nostri discorsi sull’arte, o su altro che sia, hanno un senso qualora riusciamo a tenerci sui cardini di essa verità, cioè sui costanti principi del mondo, anziché saltellare empiricamente e vociferare babelicamente tra i frantumi di una realtà senza nessi e priva di luce centrale». Nel libro di Parente non c’è la presunzione di spaccare il capello in quattro o di penetrare nel sancta sanctorum del mistero creativo dell’arte: da ciò la non necessità di usare il formulario tecnicistico o di esibire una consumata conoscenza del mestiere.

Sarebbe un far torto ad Alfredo Parente se la breve recensione si macchiasse dell’artificiosità del tutto assente nei saggi da lui ripubblicati in questo libro. Il lettore non prevenuto troverà modo di documentarsi sulla schiettezza delle argomentazioni costatando che esse erano in noi prima di leggerle. Erano verità risapute che non sapevamo dirci; forse soffocate da un cumulo di sofismi successivamente sovrapposti. L’avercele portate alla luce della nostra coscienza è uno dei meriti non ultimi di questo libro.

adone zecchi


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