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Pagina:Musica d'Oggi, 1962.djvu/75

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Come operista fu fortunatissimo. La sua fortuna si fece tutta a Vienna, ma dilagò assai rapidamente nell’intera Europa, e principalmente a Parigi, dove le sue opere, raccomandate da Gluck, che tanto lo aveva sostenuto anche a Vienna, fecero successi e furore: soprattutto due delle più grandiose, le truci Danaïdes e Tarare, una fastosa leggenda orientale. Les Danaïdes, Les Horaces, Tarare, il rifacimento di questa Axur, e poi Semiramide, Armida, Palmira, Die Neger, La Dama pastorella, furono fra le sue numerose opere di genere tragico o eroico o pastorale, mentre la goldoniana Locandiera, La Secchia rapita, La Finta scema, Don Chisciotte, Il Mondo alla rovescia, Eraclito e Democrito, La Grotta di Trofonio, e, in prima linea, il Falstaff o Le tre burle, opera buffa in due atti, rappresentata a Vienna con successo nel 1798, e poi in diversi altri teatri, sono fra le più notevoli del lungo florilegio del genere comico. Scrisse anche molta musica sacra. Beethoven gli mostrò sempre grande riconoscenza, e gli dedicò altresì tre Sonate e dieci Variazioni in re maggiore per pianoforte sul tema falstaffiano: «La stessa, la stessissima».

Ecco come lo descrive il Mosel nella sua intima umanità:

«Salieri era di statura piuttosto piccola che alta, nè grasso nè magro; la sua carnagione bruna, occhi vivaci, capelli neri. Il temperamento era collerico, cioè egli si inalberava facilmente, ma poteva dire di se stesso, come Orazio: tamen ut placabilis essem: la riflessione la vinceva subito sull’ira. Amava l’ordine e la pulizia, si vestiva secondo i dettami della moda senza eccedere».

Ed ecco ora alcune qualità morali:

«Non beveva che acqua, e amava assai i dolciumi. I suoi prediletti divertimenti erano la lettura, la musica, le passeggiate solitarie. Detestava l’ingratitudine, considerava fra i doveri più piacevoli quello della riconoscenza. Faceva il bene come poteva, e la sua borsa era sempre aperta ai bisognosi. Era anche un buon parlatore, specialmente se trattava argomenti inerenti all’arte sua, e in questo campo era sempre inesauribile. Odiava l’ozio, detestava l’irreligione. Quando nelle dispute aveva torto, lo confessava volentieri, e anche quando aveva ragione, per amor di pace, prendeva volontariamente su di sè l’apparenza del torto, purché la contesa non ledesse nè il suo onore nè quello di un terzo. Temeva assai le sofferenze fisiche e le sventure, ma, se lo toccavano, si rifugiava nella fede e tollerava pazientemente i guai che Dio gli mandava. Le lodi discrete gli facevano piacere, le esagerate lo molestavano. Ogni tanto lo prendeva una malinconia che non riusciva a spiegarsi e poi piangeva senza darsene ragione. In quello stato d’animo gli accadeva di pensare alla morte, ma quando vedeva in cima a un colle un pittoresco gruppo d’alberi gli saliva al cuore il desiderio di farsi seppellire là sotto. Più sovente era allegro e vivace; la sua compiacenza, il suo buonumore, i suoi scherzi arguti e mai offensivi facevano sempre di lui un desideratissimo compagno».

Questi tratti del suo carattere si ritrovano proprio tutti anche in quel vero gioiello musicale, e direi altresì drammatico, che è il Falstaff o Le tre burle.


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