Pagina:Nietzsche - La Nascita della Tragedia.djvu/168

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116 capitolo tredicesimo


continuo a dimostrare, fondandomi sullo stato d’animo del tempo, la stretta congruenza del genio di Socrate col talento di Euripide; nel qual senso bisogna specialmente ricordare, che Socrate, da avversario dell’arte tragica, si asteneva dalle rappresentazioni della tragedia, e che interveniva solo quando era portato sulla scena un nuovo lavoro di Euripide. Ma più che mai famoso è il raccostamento dei due nomi nel detto dell’oracolo di Delfo, che dichiarò Socrate il più sapiente degli uomini, e nello stesso tempo sentenziò, che nella gara della sapienza il secondo posto spettava ad Euripide.

Terzo in tale graduazione era mentovato Sofocle; egli che, rispetto ad Eschilo, poteva vantarsi di far bene, e di farlo, perché sapeva ciò che era ben fatto. Evidentemente è per l’appunto il grado di chiarezza di cotesto sapere, il fatto che accomuna i tre uomini designandoli come i tre «sapienti» del loro tempo.

Ma in quella nuova e inaudita esaltazione del sapere e dell’intelligenza, la parola più tagliente la disse Socrate, quando egli si trovò di essere il solo che confessava a sé stesso di non saper nulla; laddove nelle sue peregrinazioni critiche per Atene, presso i maggiori uomini di stato, oratori, poeti e artisti, s’imbatteva dovunque nella presunzione del sapere. Egli ebbe con stupore a verificare, che tutti cotesti famosi uomini non avevano neppur essi un’idea giusta e sicura del proprio cómpito, e che lo eseguivano per mero istinto. Per mero istinto»: con questa