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E il giovine prese il ricco gioiello e lo pose al dito di Giulietta, baciando di nuovo con vivo trasporto a lungo l’aristocratica manina.
La sera Giulietta e Carlotta erano rimaste sole, quando gli accordi di un mandolino fecero accorrere sul balcone Giulietta, che presentiva fosse a lei rivolto il tenero omaggio di quella dolce melodia... Splendeva la luna, ed ella potè distinguere, in giardino, colui per il quale il suo cuore incominciava a palpitare. Appoggiato ad un muro rivestito di edera, Alonzo suonava con maestria una sentimentale serenata, quando vide Giulietta, deliziosa visione, apparire. Fece qualche passo per raggiungere il verone di poco più alto di lui: s’inchinò profondamente e volle esprimere alla giovine i suoi sentimenti: ma ella era troppo turbata per ascoltarlo e con un cenno lo pregò d’allontanarsi. Ma ella, invece, non si allontanava, e Alonzo mise il piede su di una pietra sporgente e intonò, accompagnandosi con l’istrumento, una romanza che era un inno d’amore. D’un tratto, la pietra si smosse e il giovine, perduto l’equilibrio, cadde mandando in pezzi la mandola.
Cattivo presagio d’amore: ma la giovine ebbe una risata squillante; poi disse:
— Spero, non vi sarete fatto male!
Lieto di tal premura, il giovine obliò l’incidente e, levati gli occhi verso la bella creatura, la contemplò per qualche istante in silenzio.
— Sì — rispose poi sono ferito, ferito a morte... per cagion degli occhi vostri.
Piacque il complimento, ed egli stava in procinto d’arrampicarsi sul balcone, allorquando di tra le ombre del giardino, echeggiarono le note di un concertato: erano gli uomini della fattoria che, fedeli alle usanze, facevano un po’ di musica.
Alonzo saltò a terra, mandando al diavolo gli importuni: i quali capirono d’esser malgiunti e se n’andarono. Il rumore del concertino aveva però costrettoDonna Ines si meravigliò di veder la giovine sul balcone: s’avanzò per rimproverarla, e la sua indignazione non si contenne più allorchè, spòrtasi, riconobbe don Alonzo che turbava l’innocente fanciulla. Gli lanciò una terribile occhiata, trascinò via la giovine e chiuse l’imposta. Alonzo se n’andò mortificato e, rientrato in sala, sedette vicino a donna Incarnazione che perorava di guadagnare alla propria causa.
— E’ un supplizio — le disse — che i fidanzati debbano, come al tempo antico, vivere come due estranei...
— Un po’ di pazienza... Che cos’è una settimana di attesa?... Sarai poi unito per sempre. E’ questa un’ottima usanza che fa buone le mogli.
Frattanto, Carlotta stava provando l’abito portato via, elegantissimo e alquanto scollato: si guardava nello specchio e pensava che, se Alonzo l’avesse veduta così, l’avrebbe preferita a quella maledetta sposa. Un rumor di passi la fece trasalire: Alonzo, lasciata la nonna, si dirigeva verso la veranda. Senza esitare ella gli corse dietro. Il giovine che non l’aveva mai vista che nel costume paesano, scorgendola nella penombra, la credette, per un istante, Giulietta.
— Voi, mia cara? gridò. — Come avete fatto?...
— T’inganni, Alonzo; sono Carlotta... Non istò bene, così?
E gli si avvicinò, lo abbracciò, gli tese le labbra: il giovine la respinse.
— Come mai ti trovi qui? chiese. — E perchè osi indossare quest’abito?
— Ah!... così mi ricevi?... fremette l’altra. Ipocrita! Poco fa mi rivolgevi ancora delle tenere paroline... Stai in guardia, Alonzo! la sventura ti pende sul capo.
Ed era sparita, mentre l’altro tentava di trattenerla per calmarla. Doveva at-
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