Pagina:Note sulla Fine di un regno.pdf/16

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La prima volta che entrò Vittorio Emmanuele in Napoli, nel 1860, pioveva tanto a dirotto che i suoi baffi parevan due fontanelle. L’accoglienza fu entusiastica, ma molto disturbata dalla grande pioggia. Il giorno appresso, che rifece un bel tempo, Vittorio Emmanuele di buon mattino si recò al campo per passare in rassegna le truppe, e correndo la voce che dovea far ritorno per Toledo, si precipitò quivi una immensa calca di popolo, e ne rigurgitavano persino i vicoli adiacenti. I balconi erano gremiti tutti di Signore, che avevano pronte ceste di nastri tricolori e fiori per gettarli al passaggio del Re. Era a vedersi uno spettacolo stupendo. La gioia si dipingeva in tutti i volti, ed un fremito come di corrente elettrica si diffondeva in quella massa di gente, già pronta a fare una ovazione al gran Re, surta per impulso spontaneo di popolo, e così splendida e clamorosa da ripercuotersene l’eco in tutta Italia ed altrove. Si attese dalle nove del mattino sino alle dodici; l’ansia si aumentava da minuto in minuto, quando ecco spargersi la voce che Vittorio Emmanuele era tornato alla reggia, percorrendo altra strada. Si rimase sbalorditi, per un pezzo non vi si voleva credere; ed in fine l’indignazione, il dispetto, il dolore furono così grandi, che ad alcuni venne il pianto.

Narro ora come andò la faccenda. In quei giorni memorabili, da tutte le parti d’Italia, corsero in Napoli molti Mazziniani, per i quali l’ideale era la Repubblica. Ora prevedendo essi che la dinastia