Pagina:Notizie del bello, dell'antico, e del curioso della città di Napoli.djvu/102

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scostassero. Caduto in parte l’Imperio Romano circa l’an-

    ha forse assai conferito a corrompere lo schietto sentire ed a torcere il giusto giudizio nell’arte, sospingendoli a scorrette innovazioni per non sapere tener dietro ad altrui neppure in quella via che percorrere altrimenti non si poteva.
       Appresso a questa comune impronta d’individualità, agevolmente fra’ Napolitani si può scorgere una maravigliosa disposizion di mente ad ogni qualsiasi studio o lavoro, a discipline ed opere diversissime, in somma un valente uso di contrarie facoltà dello spirito. Vero è che questo è proprio e universal pregio del pensiero italiano, onde in questo, non punto in altro, s’avea propriamente a cercare il suo primato, vogliam dire nella grande attitudine alla teorica e alla pratica, all’ideale ed al reale, al pensiero ed al fatto. Ma ci pare che questo vario ingegno, meglio che in altra parte d’Italia, nelle nostre contrade si può vedere. Non diciamo che in ogni opera o disciplina i Napolitani sono stati grandi, ma sì che in tutte, più o meno, sonosi mostrati destri e valentissimi. S’eglino non fossero stati, forse che non si sarebbe creduto possibile che accanto alle astrazioni, alle dottrine idealistiche, al sistematizzare, potesse star tanto assoluto empirismo e tanta sensatezza in medicina; che le scienze speculative potessero consentire alle economiche e sociali sì largo campo e tanta altezza, e che un impaziente e fervido ingegno potesse così ben comportare i lunghi e senili studii di una sterminata erudizione e della pratica giurisprudenza.
       Non son queste che generali osservazioni sulla nostra letteratura. Ma vediamo più particolarmente, secondo le principali facoltà dello spirito, qual cosa mai per ciascuna di esse costituisce la special indole de’ Napolitani ed il loro genio, e che natura e coniplessione ne hanno avuto gli scritti loro.
       E per cominciare dalla virtù intellettiva, diciamo che non si può per lungo uso non veder nella nostra letteratura una proclività costante degli intelletti inverso le idee astratte, un compiacersene più che d’altro obbietto della mente. Non che i Napolitani avesser senza più disdegnato la realtà delle cose; anzi, per quella loro attitudine a ogni maniera di studi, l’han tutta percorsa e sovente studiata con molta valentia: ma non se n’è mai bene appagato