Pagina:Novelle lombarde.djvu/328

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cavarne costrutto. Cattiverie, chi volesse dire, non ne faceva; ma nemico mortale d’ogni fatica, d’ogni occupazione, in casa gingilla, a scuola riscalda le panche e nulla più; uscito di là, dov’è Peppo? È a bighellonare, a far chiasso, a girar la trottola co’ monelli, a battere la campagna scovando nidi d’uccelli. E però il loro padre avviava nel suo mestiere il primo: quanto a quel dicervellato, allorchè ci pensava, stringevasi nelle spalle, dimenava il capo, nè sapeva aspettarsene nulla di bene.

Vennero su grandi, sani, prosperi tutt’e due, ma sempre diversi. Peppo, scioperato al solito, e non volendo mettersi sotto un mestiere prese ingaggio ne’ soldati: l’altro ajutò suo padre. Ma che? morto questo e subentrato un nuovo padrone, il quale fece di que’ poderi un affitto, Piero si trovò in mezza strada. Ne rimase dolente, non iscoraggiato: disse — Addio grilli»; mise in piedi un poco di scuola, e ai putti del vicinato si diede a insegnare, meglio che poteva e di gran cuore, il poco che sapeva lui, sperando così guadagnarsi il campamento onoratamente. Ma questo era contro la legge: il signor ispettore gl’intimò bravamente di smettere, o d’ottenere la superiore concessione.

Piero spese quei pochi di quattrini che aveva raggruzzolati per andare alla città, studiarvi la metodica e presentarsi agli esami magistrali. Ma santo Dio! cosa poteva egli mai insegnare a’ contadinelli se non a leggere e scrivere, com’esso per pratica sapeva; far due conti e vivere da buoni cristiani? Non fu dunque approvato. Disse, — Pazienza»: e costretto a prendere altro partito a’ casi suoi, rizzò un telajo, e messo il collo sotto, dall’alba alle squille