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| INTRODUZIONE. | cxi |
al secolo di Alciato, di Cuiaccio, e d’Agostino, le lettere italiane presidiate, alimentate, fecondate dai capolavori della letteratura greca e latina che andavano con un favore veramente maraviglioso dissepellendo dai chiostri od incettando nell’Oriente, sorgevano esse pure a ridestare nell’Europa il senso del gusto e del bello. La terribile musa dell’Alighieri sublimemente inspirata a quanto v’ha di più grande e di più poderoso nelle umane passioni, creatrice di una poetica affatto nuova, enciclopedicamente dotta di tutta la più eletta scienza di quei tempi, e quasi divinatrice di profonde verità allora non concesse, e che i soli tempi avvenire dovevano rivelare e svolgere, solleva la lingua dei dicitori in rima e dei cronisti italiani allo splendore ed alla potenza della lingua d’Omero. Petrarca cui debbe l’Europa il primo ed il maggiore impulso dato ai classici studii, illeggiadrisce d’ogni maggior grazia e soavità la lingua che già aveva cantato gli amori e le sventure di Francesca da Rimini; Boccaccio applica alla prosa italiana la forma della magniloquenza latina cui più tardi Machiavelli e Costanzo surrogheranno il tipo italiano. Cino da Pistoia, Cecco Stabili d’Ascoli, Fazio degli Uberti, s. Caterina, il Passavanti, frà Cavalca, frà Giordano, frà Bartolomeo da S. Concordio, Franco Sacchetti, Agnolo Pandolfini, e l’infinita schiera d’altri o rimatori, o prosatori, o volgarizzatori continuano nel secolo XIV i progressi all’umile prosa volgare che doveva più tardi farsi l’interprete dei pensamenti di Machiavelli, spositrice delle scientifiche conquiste del Galileo. Pieri, i Villani, Leonardo Aretino, Froissart, Comines, Gioviano Pontano, Poggio, Krantz, allargano i dominii della storia.
Le scienze intanto andavano pare acquistando uno sviluppo non minore di quello delle lettere. E Dante che vi parla del sonno delle piante[1], delle piante crittogame[2], dell’influenza della luce solare nella maturazione delle frutta[3], delle circostanze che influiscono sul colore delle foglie e di quella specie di circolazione che si opera nel vegetali[4]: qual misura non vi offre dell’avanzamento della scienza botanica in questo periodo? Le osservazioni del medesimo sul volo degli uccelli, sullo scintillar delle stelle[5], su l’arco baleno[6], sui vapori che si svolgono dalla combustione[7], su la direzione dell’ago calamitato[8], non dimostrano pure lo spirito umano già progredito oltre la fisica aristotelica? E quando sentite parlare il medesimo della crociera del polo antartico[9], degli antipodi[10], della via lattea, dell’attrazione universale, dell’angolo d’incidenza uguale a quello di riflessione, quale imagine non dobbiamo noi farci del progresso a cui si spinse la scienza italiana presidiata dalle scuole e dalle opere degli Arabi?[11]. Ma qui non è ancor tutto. E non è in Dante che veggiamo noi inculcato il metodo sperimentale di cui Galileo e Bacone si fecero alcuni secoli dopo sì gloriosi?[12] Non è in Petrarca che veggiamo discussa quella prepotente influenza del clima sul carattere dei popoli che si disse poscia da Montesquieu primamente indovinata?[13] Non è in Petrarca che troviamo persino quello stesso principio del diritto criminale che vuolsi un trovato del filantropico genio del Beccaria?[14] Petrarca pel primo fa redigere una carta geografica dell’Italia[15], forse pel primo in Europa combatte Averroe, senza essere partitante di Aristotele; nemico dell’astrologia e dell’alchimia, ha
- ↑ Inferno, cant. II. 127. Paradiso, cant. XXII.
- ↑ Purg. cant. XXVIII. 115-118.
- ↑ Purg. cant. XXV. 75.
- ↑ Libri, Hist. des sciences mathém. tom. II. pag. 175 e Targioni Tozzetti negli Atti dell’academia della Crusca tom. II.
- ↑ Purg. cant. II. 14.
- ↑ Parad. cant. XII. 10.
- ↑ Inferno, cant. XIII. 40.
- ↑ Parad. cant. XII. 28.
- ↑ Vedi su di ciò Fracastoro nelle Lettere di uomini illustri, Venezia 1584, pag. 352.
- ↑ Particolarmente nel Convito.
- ↑ Per la dimostrazione di tutto ciò veggansi le diverse opere di Magalotti, Targioni Tozzetti, Bottagisio, Ferroni, Redi, Libri ecc.
- ↑ Parad. cant. II. 96.
- ↑ Verri, Stor. di Milano cap. XII.
- ↑ Viaggi del Petrarca tom. III. p. 184.
- ↑ Baldelli, Del Petrarca p. 132.
- ↑ lavoro accennato, del secolo X e molto più sul principio del XI cominciarono le città italiane a scuotere il giogo imperiale ed a reggersi a governo di repubblica conquistando passo passo quella indipendenza che nella pace di Costanza fu poi ad esse sollenemente sancita. Da ciò ne venne che esse non più riconoscessero come per l’innanzi l’autorità dei ministri imperiali e che si eleggessero di voto proprio consoli, giudici e magistrati che ministrassero loro giustizia secondo il bisogno, e di ciò pure abbiamo esempi nei primi anni del secolo XI (Muratori Antiq. ital. tom. IV. diss. 46). Ora, questa nuova forma di pubblica amministrazione determinò ed in certo modo costrinse gli Italiani a rivolgersi allo studio della giuriprudenza. Era l’autorità comunemente divisa in più cittadini, e ognuno potea poi quindi più facilmente sperare di giungere a conseguirla. Essi dovevano esaminare e decidere le contese, sciogliere le quistioni di diritto, punire i rei e pubblicare ancora secondo il bisogno nuove leggi, nè a tanto ministerio poteasi certamente soddisfare senza lo studio della giurisprudenza. Ed ecco farsi per ciò appunto questa scienza il necessario e comune studio degli Italiani, per quella imprescindibile legge naturale che spinge gli uomini là onde si spera onore e vantaggio. Quanto più la libertà italiana gittà profonde radici, tanto più si fece vivo e generale l’ardore nel coltivare questo studio, e in pregio altrettanto maggiore furono poi anche avuti i giureconsulti.