da ciò stesso che Aristotele ci tramandò: poichè l’uso che fa egli continuo dell’autorità e di Omero, di Alcmeone, di Diogene Apollionate e Polibo ed altri poeti, storici, filosofi e medici per avvalorare le asserzioni della sua storia naturale, prova i precedenti studi fattisi su questa scienza. Il metodo stesso e l’estensione della sua opera concorrono a sempre più provare questa verità, giacchè, per quanto stimar si voglia straordinaria la mente di quel genio universale, non par credibile che egli solo facesse tante osservazioni, acquistasse di per sè tante notizie di
fatti, cogliesse tanti rapporti e tante relazioni di uno ad altro animale, e che di primo e tutto suo parto creasse un’opera di tanta vastità. La storia pertanto di questa scienza debbe far da Aristotele, non come a suo primo creatore, ma come allo scrittore più antico di storia naturale conservatoci dalla edacità dei secoli. E l’opera sua degli animali, nonostante gli infiniti suoi errori, sta siccome un glorioso monumento della sapienza
più antica[1]. Contemporaneo ad Aristotele ed discepolo sorse Teofrasto a svolgere le dottrine di lui, ed oltre alle conosciute opere botaniche di cui diremo più sotto, compose libri sulle pietre, sugli animali prendendo ad ordinarli in varie classi particolari, e secondo le asserzioni di Laerzio avrebbe applicato a tutti i rami della storia naturale, ai sali diversi, ai metalli, alle pietre ed alle petrificazioni. Fu dalla scuola di questi due sommi che germinò una schiera di naturalisti altrettanto illustre quanto numerosa; e Stratone Iampsaceno, successore di Teofrasto nella scuola, tratto de’ metalli e delle machine con cui lavorarli, con sì eminente ingegno, che per antonomasia ebbe il titolo di fisico. Clearco scrisse degli animali acquatici; Dortone dei pesci; Alessandro mindio dei quadrupedi e degli uccelli; Tifone degli animali in genere; un Senocrate che scrisse delle pietre e d’altri oggetti istoria naturale; ed un altro Senocrate afrodisiense tratto degli acquatili, e via via altri autori citati da Strabone, da Plutarco, da Ateneo e da
e Eliano. Ma delle varie parti della storia naturale egli è certo che la botanica dovette essere la prima a venir coltivala, e s’altro non fosse per l’uso immediato che la medicina, scienza coeva all’umanità, dovette fare delle varie virtù d’erbe e di piante. E l’origine di questa scienza si smarrisce per ciò appunto nella più remota antichità[2].
Ma volendo riconoscere il principio della scienza là dove veggiamo le particolari cognizioni ridotte in corpo di dottrina e direttone lo studio con qualche metodo, noi non possiamo ripetere la vera origine della botanica che da Ippocrate, il quale fu primo a lasciare vestigia dottrinali nelle sue opere della coltura della botanica, riportando egli oltre a dugento piante delle quali erangli note le virtù medicinali. In una sua lettera a Crateva, della quale è però quistione fra i critici se sia veramente sua, mostra molto estese cognizioni delle diversità del vigore delle piante stesse in siti diversi e del modo di coglierle e di adoperarle per meglio conservare la loro virtù[3]. Poco più tardi (418 av. C.) Democrito scrisse intorno le piante non ricercando soltanto in esse le virtù e gli effetti medicinali, ma esaminando le cagioni dei semi delle piante e dei frutti[4]. Androcide com-
- ↑ I mezzi stessi offerti dalla munificenza di Alessandro il Grande ad Aristotele sono per se stessi un criterio della importanza massima dell’opera di questo uomo immenso. Ecco che scrive Plinio su di ciò: Alexandro Magno rege linflammato cupidine animalium naturas noscendi.... aliquot millia hominum in totius Asiæ Græciæque tractu parere jussa, omnium quos venatus, aucupia, piscatusque alebant: de quibusque vivaria, armenta, alvearia, piscina, aviaria, in cura erant; ne quid usquam genitum ignoraretur ab eo etc. (lib. VIII, cap. 17). A tutta l’ingente somma che costarono siffatte ricerche di migliaia d’uomini, si aggiungano ottocento talenti, cioè quattro milioni ottocentomila franchi che Alessandro spese pei manoscritti del filosofo. Vedi Ateneo, lib. IX.
- ↑ Alcuni la farebbero rimontare nientemeno che ad Adamo, poggiati alla sacra Scrittura che dice, e lo collocò nel paradiso affinchè lo coltivasse ecc. (Genesi 11. 15): altri a Salomone che la sacra Scrittura fa uomo che sapeva dall’alto cedro del Libano sino all’umile issopo che spunta dalle pareti ragionar dottamente (III. Reg. IV. 33): altri a Scin-Nong imperatore della Cina, del quale dicesi che in un sol giorno scoprisse settanta piante velenose e che avesse anche saputo ritrovare di esse l’antidoto, ed il mezzo
di renderle utili (Du-Halde, Descr. de la Chine, t. I, p. 274):
altri a Zoroastro che Plinio (Hist. nat., lib. XVIII, cap. 24) fa autore di due opere nel 1500 av. C. col titolo De satione plantarum, De plantis magicis. Secondo lo stesso Plinio, Orfeo sarebbe stato (nel 1620 av. C.) autore di un’opera De agricultura (lib. XXV, cap. 2), e Museo di un’altra De polio (nel 1590 av. C.). Cognizioni di botanica sonvi in Esiodo (Opera et dies; De polio) morto nel 1030 av. C., nell’Odissea e nell’Iliade di Omero. Secondo Plinio anche Solone sarebbe stato (nel 642 av. C.) autore di un libro De atriplice (lib. XX, c. 20): ed anche Pitagora avrebbe (545 av. C.) fatto un’opera Vires erbarum, che però lo stesso Plinio aveva prima attribuita al medico Cleemporo (Confer. lib. XXV, cap. 1, e lib. XXIV, cap. 17). Crateva sarebbe pure stato autore (461 av. C.) di un’opera Rizotomikon, e secondo Ippocrate sarebbe questi stato il più grande botanico de’ suoi tempi. Plinio riferisce pure che Dionigi e Metrodoro (450 av. C.) avessero pubblicate delle figure di piante sotto le quali aveano descritte le singole virtù di ciascuna.
- ↑ Nella biblioteca imperiale di Vienna esistono frammenti di un’opera di botanica di un Crateva; se questi è il Crateva contemporaneo d’Ippocrate, sarebbe quella la più vetusta opera veramente botanica di tutta l’antichità.
- ↑ Laert. in Democrito.