Vai al contenuto

Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/54

Da Wikisource.
l INTRODUZIONE.

pose un’opera sui cavoli (De brassica)[1]. Il grande Aristotele scrisse pure di botanica considerando le piante siccome corpi naturali che meritassero lo studio dei filosofi, e nonostante che i due libri che gli vengono attribuiti e tuttavia sussistono intorno le piante, vengano giudicati da alcuni critici siccome spurii, Laerzio assicura che due libri aveva egli certamente composti in botanica. Teofrasto fa un tal Androzione autore di un libro De myrto et olea[2]. Plinio nomina Callimaco autore di un’opera De trifolio[3], Dieucle autore di un’altra opera De brassica[4], e Mnesiteo studioso particolarmente di fiori che adoperati nelle convivali corone non potessero recar nocumento alla testa[5]; ma nonostante tutti costoro, la storia della botanica debbe da Ippocrate passare immediatamente a Teofrasto, il primo scrittore che porga un compiuto sistema delle cognizioni botaniche degli antichi. Oltre alle opere già sopra indicate, esso ne scrisse due, l’una col titolo Storia delle piante in dieci libri, l’altra Delle cagioni delle piante in otto libri di cui non rimangono che sei. In queste cominciano ad essere le piante ordinate in classi ed esaminate si nelle esterne che nelle interne loro parti e nelle generali e particolari loro somiglianze. Egli divise il suo metodo in sette classi, considerando cioè le piante nelle qualità 1° di loro generazione; 2° del loro luogo natale; 3° nella loro grandezza considerate come o alberi, 4° o come arbusti; 5° il loro uso come erbe alimentarie; 6’ della loro proprietà fromentacea o i di cui grani si mangiano; 7° della proprietà di dar succhi.

Anche la fisica fa una scienza di molta predilezione presso gli antichi; ma la Gsica degli antichi per mancanza di metodi e di stromenti fu invasa dai delirii di una vana metafisica, d’onde ne venne che essa fu la parte più integrante e sistematica delle loro filosofiche speculazioni. Quindi per non saper osservare si confuse la realtà coll’apparenza, o non si conobbero i rapporti o si ravvisarono dove non erano; non si tenne conto delle circostanze essenziali, o si diede a quelle di nessun momento un valore che non aveano; non si rintracciò la tendenza comune di molti fenomeni dove par esisteva, o si credette di intravederla dove assolutamente non era; quindi il prodotto della osservazione che perchè fosse utile avrebbe dovuto essere sin da principio la storia semplice e genuina dei fatti, non potè che offrire un ammasso di incertezze e di fallacie con entrosparsavi qualche rara, sconnessa e poco utile verità; per tal modo fu impossibile la scoperta dei principii; all’ignoranza si sostitui l’errore e il non intendersi fu il conseguente universale di tutti i loro sistemi. Si cercherebbe invano nei loro lavori qualche serie di osservazioni metodiche e legate in sistema. Abbandonati alle inspirazioni di una ferace imaginativa, quegli osservatori fisici e filosofi si slanciavano alle cause, nella vece di arrestarsi agli effetti; fantasticavano in luogo di osservare, e introducevano una specie di poesia nel dominio della sapienza sperimentale. La setta Jonica che fu la prima di tutte le sette greche a coltivare la fisica non si volgeva che a ricerche astratte sui principii dei corpi, sull’infinità della natura, sull’eternità della materia, sull’essenza delle stelle, sulla priorità del giorno o della notte ecc.; la Eleatica disputava sull’uno che non può dirsi ente e che non è non ente, sull’universo uno, infinito ed immutabile, sull’immobilità della materia, sull’incomprensibilità di tutte le cose; la Pitagorica tutto avviluppava nelle tenebre di tuoni armonici e di simboli numerici; la Stoica quistionava sui principii agente e paziente, se sia o non sia fuoco la materia, se Iddio sia la natura od un fuoco artificiale, o lo stesso mondo, e se il mondo sia animato; la Epicurea col semplice accozzamento de gli atomi pretendeva costruire tutto il grande edificio geometrico della machina mondiale, la Scettica lungi dal sostenere o promovere o rischiarare una od altra opinione tendeva a tutte distruggerle.

Tale era il carattere più universale della scienza fisica di quei primi speculatori. Tuttavolta non men vero che moltissime verità luminose e profonde non siano balenate ad alcuni di loro; ed un cumulo di autorità incontrovertibili tribuisce a gloria di quei primevi intelletti moltissime capitali scoperte in ogni ramo delle scienze naturali e matematiche di cui si fa vanto il più moderno progresso. E secondo Plutarco i Pitagorici e Platone avrebbero conosciuta la teoria dei colori[6], secondo Stobeo avrebbela intraveduta anche Aristarco[7]. Aristotele parla chiaramente del peso dell’aria[8]. Aristofane mostra conosciuti dagli antichi gli specchii ustorii di vetro che abbruciano per refrazione[9]. Ippocrate e Platone con alcune

  1. Plinio, Hist. nat., lib. XVII, cap. 24.
  2. Lib. II, cap. 8.
  3. Lib. XX, cap. 9.
  4. Ibid.
  5. Lib. XXI, cap. 3.
  6. De pleclt. philosoph., lib. IV, cap. 13.
  7. Ecl. Phys., pag. 35.
  8. Opera, tom. I, pag. 490, ediz. di Parigi 1629. Più tardi anche Seneca, vedi Quæst. nat., lib. V, cap. 5.
  9. Nelle Nubi, atto 2, sc. 1, v. 140.