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| lxiv | INTRODUZIONE. |
done ottanta alla più formidabile potenza marittima di allora. Cinque anni più tardi è questa gloria navale sorpassata ad Ecnomo da Attilio e Manlio che con 350 galee sconfiggono i Cartaginesi forti di 350 vele. I naufragi congiurano contro Roma; e di una flotta di 364 galee non ne avanzano che sole 80, lacere e malconcie; ma Roma ne costruisce altre 120 in meno di tre mesi; un secondo naufragio riduce alla metà una flotta di 500 vele, e Roma vi ripara con altre 200; la successiva vittoria navale di Lutazio pone fine alla prima guerra punica, e Roma è in possesso di maggiore scienza nautica, e di una formidabile marina che le valgono un profitto ben più grande che non ottennero dalla cacciata dei Cartaginesi dalla Sardegna, dalla Sicilia. Le imprese sugli Illirii, i trattati colla regina Teuta continuano le splendide fortune marittime de’ Romani. Le vittorie di Emilio su Demetrio Faro, la flotta che a Levino vince Filippo di Macedonia, Quinzio Flaminio che compie le vittorie di Levino, e conduce prigioniera nei cantieri di Roma la flottiglia nemica; le navi romane vincitrici con Attilio alle Termopile, con Livio sulle coste della Ionia, con Emilio Regillo presso Mionneso, gli Etolii sconfitti in mare da Fulvio, gli Istriani da Claudio Pulcro, guidano Roma al dominio dei mari; ed i Rodiani istessi che si attentano di braveggiare Roma, ne scontano la pena colla perdita della Caria e della Licia. I Macedoni sotto Perseo infestano i mari: Gneo Ottavio ne disperde le formidabili flotte; quindi Anizio sconfigge la flotta di Genzio re degli Illirii alleati di Perseo, e la marina di Roma è pervenuta a si vasta potenza, che come soverchi ai suoi bisogni dona 220 vascelli della flotta di Genzio a quelli di Corfù, d’Apollonia e di Durazzo. Intanto sono già trascorsi gli avvenimenti della seconda guerra pusica, e principiano quelli della terza. Il console Marzio con 50 quinqueremi e 100 altri grossi vascelli aiuta per mare l’assedio di Cartagine, la quale già dominatrice assoluta dei mari, popolosa di ben 700,000 abitanti, regina di trecento città, di un territorio di oltre mille leghe di estensione, madre di fiorenti colonie, nella Spagna, nella Sicilia, nella Sardegna, soccombe sotto la potenza terrestre e navale di Roma. La ruina di Cartagine è preceduta da quella di Corinto, e più tardi da quella di Creta, amendue assai temute potenze di mare, e Roma continua le sue vittorie vincendo con Lucullo sulle coste della Troade due volte la flotta di Mitridate, 110 galee della quale sono tratte nei cantieri di Ostia; vincendo con Pompeo la flotta dei mille e più vascelli dei pirati, con Cesare le 200 vele di quelli di Vannes e gli apparecchi marittimi che contendono lo sbarco sulle coste dell’Inghilterra. Più tardi nè la fortuna di Caractaco, nè il fanatismo dei druidi salvano la Britannia dalla conquista romana; Agricola distrugge le forze riunite dei Caledonii a piè delle colline Grampiane, e i suoi vascelli avventuratisi a scoprire una navigazione sconosciuta e perigliosa, spiegano le insegne romane intorno ad ogni parte dell’isola. Ecco l’imperizia nautica dei Romani, ecco il dileggio che faceano di essi tutte le marittime potenze di allora. Intanto il commercio di Alessandria, di Rodi, di Creta, dei Siri si fa vassallo di quello di Roma; dall’India alle estremità della Spagna, dalla Britannia a tutta l’Africa il commercio di tutto il mondo è divenuto commercio romano.
Ma Roma aveva volte le sue cure al commercio molto tempo innanzi quest’era gloriosa. Vedete sotto Numa i commercianti e gli operai organizzarsi in corporazioni di un numero e di una importanza che andò sempre più in aumento[1], Anco Marzio fondar Ostia e instituire in essa un emporio commerciale[2], che doveva poi essere il deposito di tutte le ricchezze dell’universo, Servio instituire una fiera annuale e trarre con questa a Roma l’industria e i prodotti di tutti i popoli finitimi, e promulgar su di ciò leggi e regolamenti che scolpite su di una colonna ancora esistevano nel secolo vi di Roma[3]. Dopo la cacciata dei Tarquinii instituirsi il collegium mercuriale, o società di mercanti sotto la protezione di Mercurio, cui si erige un tempio[4], e formare esso una specie di borsa ove si raccolgono le notizie commerciali. E intanto, alle monete venute in uso, quelle di rame soltanto solto Servio, quelle d’oro solo cinque anni avanti la guerra punica[5], supplirsi molto facilmente colle permute degli oggetti stessi di prima necessità[6]. In progresso all’incremento della potenza di Roma tenere presso un sempre più ampio sviluppamento del suo commercio, e quindi anche della sua giurisprudenza commerciale; e andar sempre più moltiplicandosi
- ↑ Plutarco, Vita di Numa, §. 28. — Plinio, Hist., XXXIV, cap. 1. — Livio, lib. II, cap. 27.
- ↑ Dionigi d’Alicarnasso, lib. VI, §. 1.
- ↑ Dionigi d’Alicar., lib. IV, §. 26.
- ↑ Dionigi d’Alicar., lib. II, §. 27. Ai tempi di Ovidio (Fast. V, vers. 671-672) i commercianti andavano ancora a questo tempio per intercedere propizia fortuna alle loro intraprese
- ↑ Plinio, lib. XXXIII, cap. 13.
- ↑ Le pene stesse e le imposte erano soddisfatte con oggetti e bestiami senza che dalla mancanza delle monete provenissero ostacoli o disordini (Aulo Gell., lib. XII, cap. 1. — Dionigi, lib. IX, §. 27; lib. X, §. 50 — Livio, lib. II, §. 7).