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| INTRODUZIONE. | lxvii |
Gaeta e rimette in vigore le leggi rodiane. Le sue ambasciate giungono perfino nella Cina, con cui stabilisce molte importanti relazioni di commercio, relative specialmente alla seta[1]. Commodo a tutela del commercio annonario dell’Africa instituisce la flotta fastosamente chiamata Commodiana herculea; a tutte queste flotte tutelatrici del commercio aggiungete quelle di Alessandria stabilita da Augusto; quella chiamata d’Africa che data nientemeno che dai Gracchi; quella detta di Oriente a Seleucia, da cui dipendeano altre minori; quella del Ponto Eusino; quella di Spagna e più altre flotte già accennate di minor forza sui mari e sui fiumi di cui è fatta menzione nella statistica dell’impero fattasi sotto Arcadio ed Onorio. Vedete quei grandi catasti generali con cui la statistica venne in soccorso dell’amministrazione, veri doomsday books, che da Augusto in poi si vennero pur tanto moltiplicando. Vedete il censo romano, pel quale la nascita, le morti, il numero dei cittadini per età e per sesso, la situazione, la natura, l’estensione, il rapporto delle terre, dei capitali posseduti da ciascun cittadino sono ogni cinque anni diligentemente verificati[2]. Vedete quegli Acta diurna che equivalgono al nostro bollettino delle leggi, che faceano universale la cognizione dei processi verbali delle sessioni del senato; i publica acta, veri giornali che diffondevansi nelle province e negli eserciti, e contenenti tutto ciò che interessar poteva il popolo romano, cioè lo stato civile, i pubblici giudizii, le pene, l’esito rdei comizii, le nascite, le morti, i matrimonii, i divorzii, e tutto quanto apparteneva alla costruzione degli edifizii, e le notizie del giorno. Mirate alla mirabile unità in tutti i rami dell’amministrazione romana, specialmente allorchè fu l’impero sotto Diocleziano diviso in quattro grandi prefetture contenenti ciascuna parecchi reami. Uguali le leggi dal Tevere al Danubio, dalla Spagna al mar Nero. Trenta legioni formanti 400,000 uomini mantengono nell’obbedienza una moltitudine di popoli diversi di lingua, di abitudini, d’interessi. Un’immensa prodigiosa rete di strade, per magnificenza e comodità non più emulate, lega fra loro questi vasti accampamenti attendati sulle rive dei fiumi, ai piedi delle montagne od ai confini delle regioni non ancor soggiogate[3]. Stazioni di poste mantenute con una cura di estremo rigore e che fanno possibile un viaggio di cento leghe in 24 ore[4], trasferiscono su tutti i punti dell’impero gli ordini del governo centrale. Nè meno libera ed aperta era la comunicazione per mare. Sulle coste d’Italia vi hanno ben pochi seni sicuri, ma l’umana industria avea supplito alla natura: il porto artificiale di Ostia, che già accennammo, era pure un utile monumento dell’umana grandezza. Da questo porto, lungi sedici miglia dalla capitale, i vascelli con vento favorevole arrivavano in sette giorni alle colonne di Ercole, ed in nove o dieci in Alessandria d’ Egitto[5]. Innumerevoli acquedotti provedono di acque le opulente città il di cui numero ci pare oggidi incredibile[6].
La schiavitù appare tuttavia come elemento sociale nella costituzione dello Stato, ma l’impero è fatto sì immenso, che non poteasi più domandare ai soli schiavi la massa enorme del lavoro indispensabile ai bisogni di tanta popolazione. Il popolo stesso cittadino dà mano al lavoro, e Roma si riempie di manifattori e di operai salariati. Si dice che l’impero romano non avesse monumenti di industrialismo e di commercio, siccome quelli che offrono oggidi Birmingham, Lione, Manchester; ma intanto le grandi città sono prodigiosamente numerose su tutta la superficie del mondo romano, e la loro opulenza ingente, attestata dalle istesse ruine dei loro magnifici edificii e che non era certo il prodotto delle conquiste, giacchè non tutte erano soggiogatrici di popoli ed imperi, non
- ↑ Vedi Klaproth, Description de la Russie traduite du chinois, nei Mémoires relatifs à l’Asie, ove accenna avere desunte dagli annali cinesi, oltre quest’ambasciata d’Antonino ad Houn-Ei della dinastia degli Han, altre tre pure dei Romani, cioè nel 484, nel 637 e nel 719.
- ↑ Cicero, De legibus, m. 3. 4. Ogni città aveva siffatti registri censuarii (Svet. in Calig. 5), ed Ulpiano ci ha trasse queste tabulæ censuales (Dig. lib. I. tit. XV. §. 2. 24). Catone, dice Plutarco nella sua vita (cap. 18), ordinò una stima delle vesti, delle vetture, degli ornamenti muliebri, delle suppellettili e degli utensili di casa.
- ↑ Secondo gli Itinerarii pubblicati da Wesseling, Stukeley e d’Anville, se si prende la distanza dal muro di Antonino a Roma e di là a Gerusalemme, si trova che la gran catena di comunicazione da maestro a scirocco si estendeva per la lunghezza di quattromila ottanta miglia romane.
- ↑ Bergier, Histoire des grands chemins de l’empire romain. Al tempo di Teodosio, Cesario, magistrato di alto affare, venne per la posta da Antiochia a Costantinopoli; cominciò il suo viaggio di notte; sulla sera dipoi era nella Cappadocia a 165 miglia da Antiochia, ed arrivò a Costantinopoli il sesto giorno verso mezzodi. L’intera distanza era di miglia 725 romane. Ved. Libanio, Orat. XXI e gli itinerarii citati da Gibbon, pag. 572. 581.
- ↑ Bergier, op. cit., lib. IV, cap. 49. — Plinio, lib. XIX. 1.
- ↑ Mille e centonovantasette città si annoveravano nella sola Italia; e Verona, di cui si hanno tuttavia avanzi di uno splendore assai grande, era men famosa di Aquileia, Padova, Milano, Ravenna; York, Londra, Bath erano già celebri nella Britannia. Mille e dugento città avea la Gallia, e fra esse Marsiglia, Arles, Nimes, Narbona, Tolosa, Bordò, Autun, Vienne, Lione, Langres, Treveri di una condizione non inferiore alla presente. Trecento sessanta città avea la Spagna. Cinquecento città conteneva l’Asia propriamente detta d’allora. Gibbon, cap. II, pag. 75.