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| lxx | INTRODUZIONE. |
senza bisogno dell’epiciclo non solo spiegò meglio i detti fenomeni, ma varii altri eziandio del sole e della luna dagli altri astronomi ignorati; Tolomeo unendo l’epiciclo coll’eccentrico, e imaginando un epiciclo che abbia per deferente un eccentrico, spiegò non solo quella disuguaglianza lunare, ma sì anche due altre che si osservano nei pianeti tanto riguardo al sole quanto al zodiaco. La teoria dei pianeti, delle loro distanze, dei loro movimenti, delle dimensioni delle loro orbite fu tutta opera di Tolomeo. Ipparco, autore di tante osservazioni, non ardì sollevarsi ad una universale cagione di esse; Tolomeo, più coraggioso e di maggior dottrina presidiato, intraprese a spiegar tutto, e costituì di tutti i fenomeni celesti una compiuta teoria. Colla cognizione delle stelle fisse, del sole, della luna e dei pianeti si avvisa poter dominare l’universo, e dalle leggi ch’egli stesso creò emerse il famoso sistema che da lui assume il nome di Tolemaico, dovizioso, in mezzo ad un irto ingombro di epicicli, di circoli, di eccentrici e concentrici, di tante capitali scoperte. In esso le stelle avanzano di un grado al secolo; sono ordinate in catalogo, e 1020 di esse hanno indicata la loro longitudine; la luce degli astri, venendo a noi, si frange nell’atmosfera; notando l’altezza del sole durante il giorno e quella di una stella durante la notte, e combinando la posizione dell’astro colla latitudine del luogo, è determinata l’ora: è scoperta l’evezione della luna, ed osservato che l’equazione del centro dell’orbe lunare è più piccola nelle sizigie che non nelle quadrature; descritta la proiezione del cielo e della sfera sopra un piano nel planisferio e nell’analemma in cui sta anche il germe della moderna trigonometria; e dopo di avere colle sue ipotesi preparata la via a Keplero, ridotte le distanze dei luoghi tutti della terra in gradi e minuti di longitudine e latitudine; insegnata la costruzione delle carte geografiche giusta i principii astronomici, e offerte le proiezioni onde rappresentare il globo terrestre; descritta la sfera armillare d’Ipparco e l’astrolabio con cui osservava l’altezza degli astri e le regole parallattiche, che formavano un triangolo isoscele, e servivano a misurare la distanza di un astro dal zenit, Tolomeo pubblica il suo famoso Almagesto, l’opera che costituisce il più importante amminicolo fra l’astronomia antica e la moderna, il più prezioso deposito della sapienza astronomica di tutta l’antichità, il libro dottrinale di molti secoli avvenire.
I successori di Tolomeo, come quelli d’Ipparco, non fanno più che commentare le sue opere, senza nulla aggiungere alle sue scoperte, quando pure eccettuar si voglia Teone Smirneo osservatore, nel 390, di due eclissi di luna, Ippolito di Porto ed Anatolio d’Alessandria, autori l’uno nel 224, l’altro nel 269, di un ciclo di 16, e di 19 anni, onde correggere il calendario, e Proclo Diadoco, che nelle sue Hipotiposis fu il primo a parlare del modo di tracciare una meridiana, mediante la misura di due ombre. I fenomeni celesti non hanno osservatori pel lasso di ben seicento anni, e la scienza non acquistò alcun progresso nemmeno dalle opere di Censorino, di Massimo di Tiro, è dal trattato didattico di Macrobio. È però in questo periodo (405) che appare nell’India il Siddanta di Brahima Gupta, una delle più importanti opere astronomiche di quella nazione.
Il numero Poligono di Nicomaco, il Cribro di Eratostene, alcuni libri di Euclide, il Psammite di Archimede sono pure altrettanti argomenti del progresso fatto in questo periodo dall’aritmetica innanzi la comparsa di Diofante, i di cui pochi libri superstiti costituiscono il più bel monumento della scienza aritmetica degli antichi, cui fanno quanto scarso, altrettanto prezioso supplemento alcuni frammenti dei primi libri delle Raccolte matematiche di Pappo. Ma Diofante è pure il ver maestro dell’algebra in Occidente, giacchè s’egli è pur vero che l’indiano Arya Bhatta avesse fino dal 360 a. C. trovata la maravigliosa soluzione dei problemi indeterminati chiamata col nome di cultaca, egli è indubitato che l’Europa ebbe la prima nozione certa di questa scienza nei libri di Diofante. La celebre Ipazia compose un commentario delle opere diofantee[1], ma di esso non ci è rimasto alcun vestigio.
Più doviziosi d’invenzioni e di perfezionamenti ci si offrono in questo periodo i progressi della geometria. Appartengono ad esso le opere di Euclide che può riguardarsi il padre, ed è il vero maestro dell’antica geometria. L’esattezza e severità con cui defini egli ogni parola, dimostrò ogni proposizione, connesse ogni cosa, è sì mirabile e tanta, che può dirsi avere creato egli primo quello spirito geometrico che valse di tanto giovamento all’incremento delle scienze ed alla perfezione dello spirito umano. Gli elementi di Euclide furono per un lungo corso di secoli il codice dei geometri, il libro classico di tutte le scuole di geometria, ed i Latini andarono in questa scienza per tanto tempo palpando tenebre, sterili d’ogni frutto per avere ignorati questi elementi, i quali vennero per la prima volta rivelati all’Europa, tradotti e commentati dagli Arabi
- ↑ Suida, voce Yπάτία.