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Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/81

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INTRODUZIONE. lxxvii

l’entusiasta neoplatonismo di Plotino in cui distinguonsi Longino, Origene, Erennio, Porfirio, Amelio d’Etruria[1], il misticismo filosofico di Giamblico[2], seguito da una innumerevole caterva di discepoli, fra i quali Dessippo, Sopatere d’Apamea, Edesio, Eunapo, l’imperatore Giuliano, Macrobio, e specialmente Proclo il quale ebbe a seguaci Marino suo biografo, Isidoro, Zenodoto, Asclepiade, Egias, Ulpiano, Stobeo, Damascio ultimo ad insegnare il neoplatonismo ad Atene (529 d.C.)[3]. Ma fra l’avvicendamento di tutte queste speculazioni sorgeva sempre più grandeggiante il cristianesimo, il quale per la sua semplicità, per la sua unione intima colla morale e per l’indole ad un tempo stesso severa ed umana del suo culto, in una parola per la sua religione divina, era costituito per diventare una religione universale e nel tempo stesso la irraggiatrice di tutti i più involuti problemi della filosofia. E questa l’epoca dei santi padri della Chiesa.

Fu pure in questo periodo che l’India, abbandonando agli eruditi le quistioni cronologiche di precedenza, ebbe in Kan’ada il suo Talete, in Kapila il suo Pitagora, in Diaimini il suo Socrate, in Uyasa il suo Platone, in Gotama il suo Aristotele, in Patandjali il suo Zenone[4].

Ma intanto tutti i molteplici rami della letteratura subivano in questo periodo vicende ben diverse in Grecia, in Egitto, a Roma. E la storia, mentre si estingue affatto in Atene, e in Alessandria distemperasi in una morta erudizione, sorge affatto rigenerata con Polibio, che introduce primo nell’arte storica il pragmatismo didascalico[5]; Apollodoro scrive le perdute sue Croniche e la sua Biblioteca mitologica la quale, avvegnachè pervenuta a noi mutilata, è pur sempre la più considerevole opera dell’antichità sulla storia favolosa[6]; Dionigi d’Alicarnasso offre nelle sue storie, vera scuola degli uomini di Stato, vera filosofia in esempi, le più minute particolarità, le più profonde osservazioni che siansi mai fatte dagli antichi sulla prisca costituzione di Roma[7]; Diodoro di Sicilia nella sua Biblioteca storica, scritta con principii e metodo affatto opposti a quelli sapientemente ragionati nella sua prefazione, presenta un tesoro di materiali storici e di frammenti di antiche e belle opere ch’egli solo fra gli antichi ci fa conoscere; e di documenti di inestimabile pregio per la cronologia, per la geografia e pei miti dell’antichità[8]; Nicolò Damasceno compone una storia universale di 144 libri, di cui pervenne a noi solo qualche frammento conservatoci da Stobeo[9]; Memnone compone una storia dei tiranni d’Eraclea, di cui non ci sono rimasti più che i frammenti che abbiamo in Fozio[10]; Giuseppe Flavio ebreo scrive la storia della guerra della Giudea di cui fu contemporaneo, le Antichità giudaiche che costituiscono una storia de’ Giudei dalla creazione del mondo sino al XII anno di Nerone, difende la buona fede storica e l’onore della sua nazione contro le calunnie di Appione in due libri dell’antichità della nazione giudaica, e porge con tutto ciò l’unica fonte cui si possa ricorrere per supplire alle lacune storiche della sacra Scrittura[11]; Adriano mette a disposizione di Plutarco tutti i documenti raccolti nel Campidoglio e nelle altre biblioteche; e questi scrive le celebri biografie parallele degli uomini illustri di Grecia e di Roma, fonti copiosissime della storia greca e romana[12]; Flavio Arriano porge nella storia della spedizione di Alessandro e degli avvenimenti dell’India un incomparabile modello di chiarezza, di esattezza nelle più minute particolarità[13]; Appiano colla sua storia romana dai più rimoti tempi ad Augusto, e dei 24 libri della quale rimasero a noi nemmeno la metà, avvegnachè più compilatore che storico critico, ci dà una molto profonda conoscenza della militare costituzione di Roma[14]; Dione Cassio scrive la storia romana dalla venuta

  1. ↑ Vedi le opere di Plotino, traduz. del Ficino, 1580, e la filosofia neoplatonica di Fülleborn nei Beitrüge, m° fasc., n° 3. — Tennemann, part. I, per. 1, §. 200.
  2. ↑ Habenstreit, De Jamblici philosophi syri doctrina etc., 1704.
  3. ↑ Procli philosophi platonici opera, ediz. di Cousin, 1819-24. Sui tempi così detti eclettici della filosofia, cui appartiene in gran parte questo periodo, vedi la nota Poli nel Manuale di Tennemann, part. I, per. 1, pag. 293, ediz. di Milano, 1852.
  4. ↑ Opinione di Jones. Vedi Pouthier, Essai sur la philosophie des Hindous. — De Marlès, Histoire générale de l’Inde, e specialmente il Colebrooke, Asiatic Researches, 1824-27.
  5. ↑ Ficker, Manuale della storia della letteratura, §. 100, tom. I. — Creuzer, L’arte storica dei Greci, pag. 319-320.
  6. ↑ Siebel, Observationes in Apollodorum in Beckii comment. societ. philol., 1802.
  7. ↑ Schulin, De Dionys. Halic., Eidelberga 1821.
  8. ↑ Heyne, De fontibus et auctoritatibus historiarum Diodori etc. nell’edizione Bipontina, vol. I.
  9. ↑ Sévin, Mémoir. de l’Acad. des Inscript., tom. IX. — Creuzer, Fragm. historic. græc., Eidelberga 1806.
  10. ↑ Vedi l’edizione dell’Orelli, Lipsia 1816.
  11. ↑ Chrestomathia Flaviana a J. G. Frendelenburg, Lipsia 1789.
  12. ↑ Heeren, De fontibus et auctoritate vitarum parallelarum Plutarchi, Gotting. 1820.
  13. ↑ P. O. van der Chys, Comm. in Arian. de expedit. Alex., Leida 1828.
  14. ↑ Schweighäuser, Opusc. Acad., Strasburgo 1806. — Wyttenbach, Bibl. crit., tom. III. Vedi Mai e Lucht pei frammenti nuovamente scoperti e pubblicati.