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| INTRODUZIONE. | xcv |
tenne l’attenzione degli Arabi. Ricevettero essi il corpo intero delle opere di Aristotele, a dir vero, coll’intermediario fallace del neoplatonismo ed in traduzioni molto imperfette[1]. Unirono a questo studio quello delle matematiche, della storia naturale e della medicina. Ma parecchi ostacoli arrestarono i loro progressi in filosofia; il loro testo sacro che era d’impedimento al libero uso della ragione: un partito possente e soverchiatore tutto dato all’ortodossia: l’autorità dispotica concessa ad Aristotele congiunta alla difficoltà di ben intenderlo: e la tendenza nazionale alla superstizione. Quindi nulla più seppero essi fare che interpretare, e spesso snaturare la filosofia aristotelica[2], ed applicarla alla esposizione della loco religione che imponeva una cieca fede. Da ciò nacque presso loro una filosofia alquanto simile a quella dei popoli cristiani del medio evo, medesimamente preoccupata di argutezze dialetiche, ed avente per base la religione positiva. A questa scienza di vane formole si unì il misticismo, specialmente tra la setta panteistica dei sofis o ssuffis, fondati circa il secondo secolo dell’egira da Abu Said Abu Cheir, setta sparsa anche al dì d’oggi nella Persia e nell’India[3]. Tuttavia Alchindi di un vastissimo e svariato sapere, Alfarabi chiamato il secondo institutore dell’intelligenza, il cui trattato di logica fu lungamente il libro classico degli scolastici; Avicenna, pensatore assai originale nel commentario sulla metafisica di Aristotele[4]; Algazel, scettico acutissimo che seppe combattere con molto ingegno a pro del sopranaturalismo il principio dell’armonia delle cause, il sistema delle emanazioni, e la sostanzialità dell’anima; Thopail od Abubekr, celebre pel suo romanzo filosofico intitolato Hai ben Yokdan (l’uomo della natura)[5], nel quale sviluppa in modo originale la dottrina entusiasta dell’intuizione dei neoplatonismo, offrono pur sempre un argomento glorioso delle attitudini filosofiche degli Arabi[6]. Averroe sorpassò tutti i filosofi arabi forse più nella celebrità, che non nel merito reale del sapere e del genio; ingegno però perspicace e moderato crede nella verità del Corano, ma considerandolo come un testo popolare d’insegnamento religioso, ed ammettendo la necessità di stabilire la dottrina sopra una base scientifica.
Ma lasciando la serie degli autori che attesero a ciascuno dei varii rami particolari delle scienze, noi staremo paghi di accennare a quei soli che somiglianza delle nostre grandiose opere generali, riassunsero in una sintesi enciclopedica tutto il sapere della nazione; e per tacere degli altri citeremo Alvardi Serageddin[7], Kazvini[8] che sono ambidue i Plinii degli Arabi. Ove poi vogliate estendere l’enciclopedismo a tutti i rami dello scibile, vedete la vasta opera di Salamì Abdalmalech, autore di mille e cinquanta libri, dei quali sette riguardanti l’etica, quindici la genealogia e storia, otto il gius delle genti, sessanta la medicina, novanta l’arte militare ed equestre ecc.[9], l’Enciclopedia tanto celebrata di Farabi Abunassar, quella di Ebn Sina abu (Avicenna), che egli stesso illustra poscia con un commento di ben altri 20 volumi, le innumerevoli opere di Sojuti Gelaleddin, il Leibnitz dell’Egitto, quelle di Nassireddin, di Makrizi[10], vedete infine il sommo già menzionato Alchindi, detto la fenice degli Arabi, e che Cardano celebrava per uno dei dodici più sublimi ingegni che fino al suo tempo fossero comparsi al mondo. Profondo in ogni disciplina dei Greci, dei Persi, degl’Indiani, nella filosofia come nella medicina, ed in ogni
- ↑ Ciò venue asserito da Tenneman, Manuale della storia della filosofia, part. 1. §. 225, e molto bene provato da Jourdain e Buhle.
- ↑ Renaudot, De barbaricis Aristotelis librorum versionibus disquisitio. Nella Bibliot. græc. di Fabrizio tom. XII.
- ↑ Ssufismus sive theosophia Persarum panteistica, quam e ms. Biblioth. regiæ Berol., Persicis, Arabicis, ecc. eruit, atque illustravit F. A. D. Tholuk. Berlino 1821. Tholuk provò come il sofismo non sia nato nell’India e nella Persia, come comunemente si pensava, ma siasi formato nel seno dell’islamismo. Hammer però lo combattè nella Gazzetta di Lipsia 1822, n° 252-58.
- ↑ Methaphysica, Venet. 1495.
- ↑ Philosophus antedoctus, trad. lat. di Pocock, Oxon. 1761, quindi di Eichhorn, Berlino 1783.
- ↑ Scehristani nel suo Trattato delle sette religiose e filosofiche edito in arabo a Londra nel 1842, porge preziose notizie di molti altri filosofi della sua nazione, come pure la Storia dei filosofi di Abulkassem.
- ↑ Charidat alagiaib (Tesoro delle meraviglie), opera lodatissima dagli Arabi e dagli Europei: l’Avrivillio, il Celsio, Köhler, Hilandro e Norberg, Fraehn ne tradussero e pubblicarono parecchie parti.
- ↑ Agiaib almachlakat (Meraviglie delle creature). Questa immensa opera tratta degli esseri superiori, delle sfere celesti, dei pianeti, delle stelle fisse, delle costellazioni, della luna, dei segni del zodiaco, del tempo, dei giorni, delle notti, dei mesi e degli anni degli Arabi, dei Persiani, dei Greci e quindi degli esseri inferiori, degli elementi, delle meteore, dei mari monti, fiumi, fontane, pozzi, metalli, animali, pietre, piante, e del corpo umano con un corollario di alcuni mostri. Alfragano, Hyde, Assemani, Bochart, Wahl, Hezel, Jahn, Sacy, Chezy pubblicarono e tradussero molte parti di quest’opera.
- ↑ Veggasi la Biblioteca araba di Catib presso il Casiri, tom. II, pag. 107.
- ↑ Per le opere di questi tre vedi il Dizionario storico degli autori arabi, di De Rossi.