Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/662

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libro vigesimoterzo 281

Di lucid’onda il generoso Ulisse,
E del biondo licor l’unse, ed il cinse195
Di tunica, e di clamide: ma il capo
D’alta beltade gl’illustrò Minerva.
Ei da’ lavacri uscì pari ad un Nume,
E di nuovo s’assise, ond’era sorto,
Alla sua moglie di rincontro, e disse:200
Mirabile! a te più, che all’altre donne,
Gli abitatori dell’Olimpie case
Un cuore impenetrabile formaro.
Quale altra accoglieria con tanto gelo
L’uom suo, che dopo venti anni di duolo205
Alla sua patria ritornasse, e a lei?
Su via, nutrice, per me stendi un letto,
Dov’io mi corchi, e mi riposi anch’io:
Quando di costei l’alma è tutta ferro.
     Mirabil, rispondea la saggia donna,210
Io nè orgoglio di me, nè di te nutro
Nel cor disprezzo, nè stupor soverchio
M’ingombra: ma guardinga i Dei mi fero.
Ben mi ricorda, quale allor ti vidi,
Che dalle spiaggie d’Itaca naviglio215
Ti allontanò di remi lungo armato.
Or che badi, Euricléa, che non gli stendi
Fuor della stanza maritale il denso