Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/160

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CANTO V 97

se tu rifiuti, o Dea, di prestarmi un gran giuramento
che contro me qualche nuovo malanno non mediti in cuore >.
     Disse cosí. La celeste regina Calipso sorrise,
l’accarezzò con la mano, le labbra dischiuse, gli disse:
«Tu sei davvero furbo, scaltrezza davver non ti manca!
Che po po di promessa m’hai chiesto ch’io debba prestare! —
M odano dunque la Terra, la vòlta suprema del Cielo,
m oda I acqua di Stige precipite — è questo il piú grande,
il piú tremendo giuro pei Numi beati — che io
niuna novella sciagura non macchino in cuore a tuo danno.
Medito quello, a quello per te penserò, che qualora
io mi trovassi in tal caso, pensare dovrei per me stessa.
Perché quello ch’è giusto so ben riconoscere; e in seno
mi batte un cuor che sente pietà, non un cuore di ferro!»
Quando ebbe detto cosi, la diva Regina, a guidarlo
mosse veloce; ed Ulisse movea de la Ninfa su l’orme.
L’uomo e la Diva cosí pervennero al concavo speco.
Ed egli dunque allora sali sopra il trono onde Ermete
erasi alzato, e la Ninfa gli pose dinanzi ogni cibo,
e da mangiare e da bere, di quelli cui ciba il mortale.
Essa di fronte ad Ulisse divino sedeva; e le ancelle
presso di lei collocarono nèttare e ambrosia; e le mani
su le vivande imbandite distesero l’uomo e la Diva.
Or, poi che furono sazi di cibi e bevande, Calipso,
diva Regina, prima parlò, disse queste parole:
     «Figlio divin di Laerte, dal senno molteplice, Ulisse,
dunque davvero tu vuoi tornare alla casa diletta,
alla tua patria terra? Sta bene, ricevi l’addio.
Ma se però tu potessi veder quanti e quali travagli
prima di giungere al suolo natale a te serba il Destino,