Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/170

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CANTO V 107

che da confuse radici crescea, d’oleastro e d’ulivo.
Quivi né l’umida furia soffiava dei rapidi venti,
né vi potevano battere i raggi del sole fulgente,
né penetrarvi la pioggia traverso potea: cosí fitti
l’uno con l’altro intrecciati crescevano. Ulisse al riparo
quivi si mise, e le mani die’ subito attorno, e s’estrusse
comodo un letto; ché c’erano foglie cadute a gran mucchi,
quante due uomini o tre riparare potrebber dal gelo
ne la stagione d’inverno, per quanto essa rigida fosse.
Molto fu lieto Ulisse divino, quando egli le vide:
si rannicchiò li nel mezzo, si ricopri tutto di foglie.
Come chi senza vicini soggiorna all’estremo d’un campo,
suole celare sotto la cenere negra uno stizzo,
per conservare il seme del fuoco, né altrove cercarlo:
cosí nascosto Ulisse restò tra le foglie; ed Atèna
su la pupilla sopore gli effuse, che attorno a le ciglia
steso un velame, tregua ponesse all’immane stanchezza.