Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/281

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218 ODISSEA

     Cosí dicevo; ed egli con queste parole rispose:
«Perciò troppo benigno non sii neppur tu con tua moglie,
né confidarle tutto, qualunque discorso tu sappia;
bensí dille una cosa, ma lasciane un’altra nascosta.
Sebbene, Ulisse, tu non avrai da tua moglie la morte.
Troppo ella è saggia, e troppo nutrita di buoni pensieri,
d’Icaro la figliuola, Penèlope piena di senno.
Lasciata noi l’abbiamo, quel di che alla guerra movemmo,
ch’ella era giovine sposa, che aveva al suo seno un fanciullo
tuttora infante, e ormai sarà divenuto garzone.
Felice lui! Che potrà suo padre vedere al ritorno,
potrà stringere al seno, com’è pur giustizia, suo padre!
Ma non permise mia moglie che gli occhi potessi saziare
nel viso di mio figlio: ché prima la morte m’inflisse.
Ma questo dimmi ancora, rispondimi senza menzogna:
se a caso udito avete che sia vivo ancora mio figlio,
forse in Orcòmeno, o forse nei lidi sabbiosi di Pilo,
o presso Menelao, di Sparta nell’ampie contrade;
oppur se morto è già, se Oreste sotterra è già sceso».
     Cosí mi disse; ed io con queste parole risposi:
«Perché queste domande, mi volgi, figliuolo d’Atrèo?
Se morto è già, se vive, lo ignoro: m’interroghi invano».
Cosi, queste parole dogliose scambiando, stavamo
pieni di cruccio, dagli occhi versando gran copia di pianto.
E a noi giunsero l’alme dinanzi d’Achille Pelide,
di Patroclo divino, d’Antiloco immune da pecca.
Ed anche Aiace giunse, che era d‘ aspetto e di mente
primo fra i Dànai tutti, dopo Achille immune da pecca.
L’alma mi ravvisò dell’Eàcide piede veloce;
e a me, piangendo, il volo diresse di queste parole: