Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/286

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CANTO XI 223

Esso, facendo forza con ambe le mani ed i piedi,
su su, fino alla vetta, spingeva il macigno; ma quando
già superava la cima, lo cacciava indietro una forza.
Di nuovo al piano cosí rotolava l’orrendo macigno.
Ed ei di nuovo in su lo spingeva, e puntava; e il sudore
scorrea pei membri; e via gli balzava dal capo la polve.
     E scorsi dopo lui la possa d’Ercole invitto;
l’ombra: perché l’eroe fra i Numi che vivono eterni
gode i convivi: ed Ebe dal piede leggiadro è sua sposa.
E intorno era un clangore di spiriti, come d’augelli,
sbigottiti, chi qua, chi là: pari a livida notte,
ei, stretto l’arco ignudo, sul nervo dell’arco una freccia,
terribilmente guatava, come uomo già pronto a ferire.
A lui d’intorno al petto reggeva un gran balteo la spada,
orrido, tutto d’oro, di storie mirabili impresso:
orsi, cinghiali feroci, leoni dagli occhi di fiamma,
con zuffe, con battaglie, con morti di genti e stermini.
L’uom che con l’arte sua costruire quel balteo sapesse,
altra opra a quella pari comporre mai piú non potrebbe.
Mi riconobbe, appena gli caddi sott’occhio, l’eroe,
e, singhiozzando, il volo mi volse di queste parole:
«O di Laerte figlio divino, scaltrissimo Ulisse,
forse anche tu, sventurato, soffristi un malvagio destino,
simile a quello ch’io trascinai sotto i raggi del sole?
lo del Croníde Giove fui figlio; ma pure, un travaglio
interminabile m’ebbi: ché a un uomo di molto piú tristo
di me dovei servire, che gravi fatiche m’impose.
Ed una volta, anche qui mi mandò, per prendere il cane
ché non pensava ch’io potrei superare la prova.