Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/293

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230 ODISSEA

Nel mezzo della rupe vaneggia una fosca spelonca,
che s’inabissa nel buio, nell’Èrebo. A questa da presso
spinger dovete, Ulisse divino, la rapida nave.
Né se giú dalla nave lanciasse un arciere valente
freccie dall’arco, potrebbe raggiungere il concavo speco.
Abita quivi Scilla, che terribilmente schiamazza.
E la sua voce come di cane spoppato di fresco;
ma piú terribile mostro di questo non c’è; né veruno
s’allegrerebbe a incontrarlo, neppure se fosse un Iddio.
Dodici piedi ha questa; ma niuno le serve al cammino;
ed ha sei colli, lunghi, lunghissimi; e termina ognuno
con una testa orrenda; e quivi, tre file di denti,
fitti s’addensan, molteplici, pieni di livida morte.
Sta rimpiattata sempre nel mezzo del concavo speco,
e solamente sporge la testa dal bàratro orrendo.
Quivi alla pesca sta, spiando allo scoglio d’intorno
cani di mare, o delfini, o quale altro mostro piú grande
possa ghermir, che a mille nutrisce Anfitrite sonora.
Né si potranno mai dar vanto i nocchieri, che illesi
siano sfuggiti ad essa; perché ciascheduno dei capi
stende, e ghermisce un uomo dal grembo alle cerule navi.
Ulisse, e l’altra rupe vedrai, ch’è di molto piú bassa;
l’una vicina all’altra: ché distano un tiro di freccia.
Un caprifico grande vi sorge, un rigoglio di fronde;
e sotto a questo, inghiotte del mar Tonde negre Cariddi.
Tre volte al giorno fuori li gitta, tre poi li ringoia
terribilmente. E fa’ di non esservi, quando l’inghiotte:
ché non varrebbe a salvarti neppure il signore dell’onde;
ma, piú che puoi vicino movendo alla rupe di Scilla,