Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/41

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XLII PREFAZIONE

alla descrizione omerica. Anche oggi, osservata da qualsiasi punto, dòmina il mare e le terre vicine. E il Bérard afferma che, avendo piú volte percorsi questi mari per accedere al Levante e per tornarne, ha sempre vista la costa di Sicilia ridente ed illuminata dal sole, e quella di Calabria brumosa e nascosta da grandi nuvole nere e da striscie bianche, il che, non solo concorda con le parole omeriche, ma spiega l’iperbole del poeta, che vede la roccia toccare il cielo.

Perfino il particolare del guaiolío trova fondamento nella realtà. Si oda Spallanzani (Viaggio nelle Due Sicilie, IV, 113-114). «Curioso di conoscere questo scoglio, famoso per tanti naufragi, presi una barca, e la diressi prima verso Scilla. È una roccia molto elevata.... Sebbene non tirasse affatto vento, ed io fossi ancora alla distanza di due miglia, incominciai ad udire un fremito, un murmure, e direi quasi un rumore, pari ad urli di cane. Non tardai a scoprirne la causa. Questa roccia tagliata a picco sul mare, chiude alla sua base parecchie caverne. Le onde, entrando con impeto in queste cavità profonde, si ripiegano su sé stesse, si spezzano, si confondono, schiumano d’ogni parte e producono tutti i diversi rumori che si odono di lontano».

Non meno sicura è l’identificazione di Cariddi.

Omero dice:

Ulisse, e l’altra rupe vedrai, ch’è di molto piú bassa:
l’una vicina all’altra: che distano un tiro di freccia.
Un caprifico grande vi sorge, un rigoglio di fronde;
e sotto a questo, inghiotte del mar l’onde negre Cariddi.
Tre volte al giorno fuori le gitta, tre poi le ringoia
terribilmente.