Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/71

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8 ODISSEA

ed un araldo su e giú correva, per mescere vino.
Ecco, e arrivarono i Proci magnifici. E subito in fila
si posero a sedere via via sopra i troni ed i seggi.
Sovra le mani l’acqua versavano ad essi gli araldi,
entro i canestri, a mucchi, le ancelle ponevano il pane,
entro i crateri i valletti tempravano l’acqua col vino;
e sopra i cibi imbanditi gittavano quelli le mani.
Poi, quando ebber sedata la brama del cibo e del vino,
ad altra cura allora si volse la mente dei Proci:
al canto ed alla danza, che sono ornamento al banchetto.
Quindi un araldo porse la cetra bellissima a Femio,
che per i Proci soleva cantare, costrettovi a forza.
Questi preludiò, cominciò dolcemente a cantare.
E allora disse il figlio d’Ulisse ad Atena, a lei presso
facendosi col viso, perché non udissero gli altri:
« Ospite caro, vorrai spiacerti di ciò ch’io ti dico?
A questa gente importa la cetera e il canto; e s’intende:
ché, senza scotto pagare, divorano i beni d’un altro:
d’un uomo onde ora l’ossa marciscono bianche alla pioggia
sopra la terra, oppure le voltola il flutto del mare:
ché se tornar lo vedessero in Itaca, tutti di certo
implorerebber dai Numi piuttosto sveltezza di gambe,
non già di vesti e d’oro dovizia opulenta. Ma ora
quegli al suo tristo destino soggiacque; né alcuna speranza
piú ci riscalda il cuore, se pure qualcuno ci dice
ch’egli farà ritorno. Per lui non è scritto il ritorno.
Ma dimmi questo adesso, rispondimi senza mentire:
chi sei? di quale gente? qual’è la tua terra e il tuo sangue?
sopra quale naviglio sei giunto? com’è che i nocchieri
t’hanno condotto ad Itaca? ed essi chi sono? ché a piedi